L’ormai rodata coppia di registi composta da Axel Danielson e Maximilien Van Aertryk propone una riflessione sulla macchina da presa, dalle sue origini fino alla sua evoluzione attuale, in Fantastic Machine, un documentario tanto informativo quanto provocatorio.

Uscito nel 2023, e adesso anche nelle sale italiane, Fantastic Machine è un documentario – prodotto da Ruben Östlund, per due volte vincitore a Cannes con The Square e Triangle of Sadness – che interessa potenzialmente chiunque, poiché ad oggi fotografie e video occupano la quotidianità di ciascuno, a partire dai social network, passando per l’informazione, giungendo alla pratica amatoriale permessa dagli smartphone.

Una voce narrante, doppiata in italiano da Elio Germano, accompagna inizialmente lo spettatore attraverso un percorso che parte dalla nascita della fotografia, illustrandone il funzionamento e l’intuizione che la generò, e la segue nel suo sviluppo, il quale permette di ridurre drasticamente il tempo di posa e così di catturare attimi vicini nel tempo creando l’illusione del movimento. Appaiono dunque i primi video, che presto diventano film, e l’uso della macchina da presa, nel giro di pochi decenni, diventa pervasivo.

La voce narrante, man mano che il film avanza, sfuma sempre più, intervenendo solo in rari casi, spiegando ove necessario il contesto di alcuni video e foto, mentre questi si susseguono in rapida successione, a volte senza un’apparente coerenza (come avviene d’altronde sui social). Questo elemento è di grandissimo interesse perché uno degli aspetti su cui il documentario invita a riflettere in modo esplicito è proprio la mancanza di contesto della gran parte delle fotografie e video con cui ci si imbatte quotidianamente; ciò, naturalmente, diviene molto rilevante nel momento in cui ci si basa su un supporto visivo per farsi un’idea di qualcosa.

La scelta di fornire o meno spiegazioni sulla situazione o l’occasione di ciò che viene mostrato appare così significativa di per sé, poiché, in alcuni casi, investe lo spettatore della stessa responsabilità che si deve assumere tutti i giorni di fronte ai media visivi, quella di informarsi, di vagliare e giudicare; in altri casi, invece, lo solleva da questa incombenza raccontandogli la circostanza in cui si inserisce il video o la foto, per mostrargli però chiaramente quanti e quali rischi sottendano la mancanza di contestualizzazione.

Per i due registi l’utilizzo del silenzio narrativo come strumento comunicativo non è una novità nel film breve Ten Meter Tower (reperibile anche su YouTube) infatti, sono semplicemente riprese diverse persone che, da una piattaforma per tuffi alta dieci metri, decidono se buttarsi o meno in piscina, senza che una sola parola spieghi il perché di una simile proiezione. Eppure, nulla interpella di più chi guarda dello sforzo interpretativo cui il silenzio obbliga, e la stessa dinamica rende incredibilmente significativa la visione di Fantastic Machine.

La grande provocazione che, come un filo rosso, collega tutto ciò che viene proiettato, dai video più esilaranti a quelli più impattanti, è esplicitata in una domanda: «Cosa fare di tutto questo potenziale?». La risposta è responsabilità di ciascuno spettatore, come l’intero documentario riesce brillantemente ad illustrare.

Carla Barenghi

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