Fantastic 4 – I fantastici 4 (Fantastic Four)
Usa 2015 – 100’
Genere: cinecomic
Regia di: Josh Trank
Cast principale: Miles Teller, Michael B. Jordan, Kate Mara, Jamie Bell
Tematiche: scienza, amicizia, viaggi spaziali
Target: dagli 11 anni

Un gruppo di giovanissimi scienziati costruisce una macchina capace di trasportarli in un’altra dimensione, ma un incidente durante il primo viaggio provoca in loro straordinarie trasformazioni…

Recensione

È una delusione questo ultimo adattamento di un fumetto della Marvel diviso tra un’anima indie (il regista Josh Trank ha al suo attivo l’interessante Chronicle, cinecomic in versione found footage e Miles Teller è stato protagonista della rivelazione Whiplash) e ambizioni da blockbuster.
L’ultimo cinecomic dedicato ai Fantastici 4 risaliva al 2005, aveva un discreto cast (tra cui, nei panni della Torcia, Chris Evans, il futuro Captain America), aveva avuto abbastanza successo da partorire un sequel nel 2007 (cosa che nonostante le promesse difficilmente riuscirà a questo), ma è rimasto poco nella memoria degli spettatori. Ciononostante, nella sua dimensione pop (si sprecavano le battute sulla donna invisibile che riappariva sempre senza vestiti) anticipava qualcosa di quello che è lo stile misto di azione e alleggerimento comico delle pellicole Marvel, da cui il film di Josh Trank cerca di distaccarsi senza trovare mai una chiave convincente.
Lo squilibrio narrativo (un’introduzione dei personaggi lunghissima che finisce per spostare l’incidente scatenante praticamente a metà film, un villain così così che entra in scena troppo tardi, uno sviluppo compresso e un finale affrettato) va forse almeno in parte attribuito al braccio di ferro tra un regista da cinema indipendente e uno studio desideroso comunque di monetizzare su un genere diventato il re del boxoffice negli ultimi dieci anni, ma questo non impedisce di rimanere piuttosto perplessi di fronte a una pellicola che non riesce mai a trovare una sua identità.
La parte più convincente del film è forse l’inizio, con un Reed Richards che già alle elementari ha le caratteristiche del genio quasi autistico alla Alan Turing, con un cervello troppo grande per il mondo che lo circonda e capacità comunicative non altrettanto sviluppate, ma ha la fortuna di trovare un amico, per quanto improbabile, in Ben Grimm, nato in un famiglia di sfasciacarrozze ma con il cuore abbastanza grande per affezionarsi a quel genio pazzoide. I due convincono ancora di più nelle loro incarnazioni adulte interpretate da Miles Teller (stessa cocciuta determinazione e sprezzo dell’opinione comune riversata a suo tempo nel suonatore di batteria di Whiplash) e Jamie Bell (proletario testardo al punto giusto). L’amicizia tra i due, ferocemente messa alla prova quando l’eccesso di ambizione di Reed provoca terribili conseguenze per Ben, poteva diventare il filo portante di una storia che poi però si perde in mille suggestioni. Dal conflitto creato da una generazione che ha saputo solo sfruttare il pianeta all’inverosimile e si aspetta le soluzioni da quella successiva, al contrasto tra scienziati indipendenti e poteri istituzionali che vogliono trasformare le loro scoperte e finanche le loro tragiche trasformazioni in un’arma di conquista, senza dimenticare le dinamiche di gruppo e i conflitti tra cervelli ed ego, in cui la presenza femminile ha un ruolo non sempre ben identificato, per finire con la scelta di come considerare poteri e trasformazioni che possono essere tanto una maledizione quanto un’opportunità del destino.
La scelta del nome del Doom/Destino da parte del cattivo (che in questa versione resta un incrocio tra un anarchico alla Assange, un ambientalista impazzito che predica la fine della razza umana e una semplice macchietta questa sì da fumetto) sembra in qualche modo strizzare l’occhio a quest’ultimo dilemma ma senza davvero approfondirlo.
La dimensione alternativa da cui i nostri trarranno i loro poteri è troppo poco esplorata per risultare davvero interessante (visivamente sembra una brutta copia del mondo del Dark World dell’ultimo Thor) e tra buchi neri e tempeste intradimensionali il finale ingiustificatamente leggero lascia con poca soddisfazione e una promessa per il futuro che lo spettatore farà meglio a non dare per scontata (visti i modesti risultati al botteghino), ma che comunque accende ben poche aspettative.

Laura Cotta Ramosino