Un terremoto ha causato una misteriosa frattura nella crosta terrestre, in grado di destabilizzare il campo magnetico e causare l’estinzione delle specie viventi. Elias (Viktor Hjelmsøe), un timido universitario affascinato da questo fenomeno, sta studiando per diventare uno scienziato climatico e un pilota di sottomarini. Una sera incontra in un locale Anita (Anna Søgaard Frandsen), ragazza solare e semplice che sogna di diventare una cantante professionista. Si conoscono e si innamorano subito. Tra loro si sviluppa un rapporto profondo e intenso, ma nonostante il reciproco amore comincia ad essere sempre più evidente la differenza tra i due: la freddezza di lui, che è sempre più concentrato sullo studio del problema climatico, e la solarità genuina e vitale di lei. L’incompatibilità esplode nel momento in cui lei scopre un’imprevista gravidanza che le fa decidere l’aborto e la separazione dal ragazzo. Molti anni più tardi, le loro vite sono cambiate radicalmente: Elias (Simon Sears) si è trasferito negli Stati Uniti ed è diventato un importante scienziato ed è entrato proprio nel team che si deve occupare di arginare le conseguenze della frattura oceanica, quando incontra di nuovo Anita (Nanna Øland) che è rimasta in Danimarca dove insegna canto. Sono quindici anni che non si vedono, fino a quando il caso li riporta sulla stessa strada: si può ricucire il passato tra loro?

Il regista danese Ulaa Salim si mostra abile nel rappresentare in modo nitido e lucido il tema del lavoro in contrapposizione con la vita sentimentale. Gli attori con la loro naturalezza affidano a sguardi e silenzi la restituzione del dramma della coppia. Merita anche il finale che, nonostante una parziale irresolutezza, non rinuncia a dare un giudizio alla storia: il regista non si accontenta di un’ingenua positività, ma non ci lascia nemmeno con facili conclusioni in chiave pessimistica.

La debolezza di Eternal, dunque, non riguarda la scelta attoriale e nemmeno la storia in sé, che mescola fantascienza – con citazioni di classici come Solaris di Tarkovskij e 2001: Odissea nello spazio di Kubrick – e drammaticità, ma alcune scene e personaggi che risultano un po’ stereotipati. Ad esempio gli incontri tra i due, che accadono entrambi in maniera piuttosto casuale e poco verosimile. Manca un po’ di inventiva che invece troviamo in pellicole contemporanee con argomenti simili come Foglie al vento di Kaurismaki (2023) e Past life (2024). Un secondo esempio è la figura di Anita che risulta un po’ debole, le scene che la trovano protagonista di esibizioni canore appaiono un po’ stereotipate.

Come giudizio complessivo, è un film, comunque, interessante e, nonostante alcune imperfezioni, ben fatto.

Damiano Panicucci

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