Tema particolarmente sensibile, quello sviluppato dai fratelli Dardenne nel loro ultimo film presentato come sempre al Festival di Cannes: la radicalizzazione religiosa di un teenager che vive in un paesino belga (classica location di tutti i film dei due fratelli). All’inizio della storia vediamo subito che Ahmed (Idiir Ben Addi) è già stato manipolato dall’Imam Youssuf (Otmane Mouman) che vede tutti come degli apostati. Adesso il ragazzo (studioso, diligente e fino a poco tempo prima dedito a tutti i passatempi dei giovani coetanei), senza rispetto dà dell’alcolista alla madre e incalza continuamente la sua insegnante, che osa insegnare l’arabo in un modo che da lui viene giudicato irrispettoso del Corano. La camera ravvicinata, così tipica del modo di girare dei due registi, capta la crescente frustrazione di Ahmed, la meticolosa cura di un ragazzo diligente che decide e pianifica il castigo nei confronti dell’insegnante, nascondendo con cura – per evitare di farsi male – il coltello da cucina necessario per l’esecuzione.

Ma questo minimalismo cui i fratelli ci hanno abituati (come alla rinuncia a qualsiasi colonna sonora) questa volta si rivela carente. Le ellissi che in altre pellicole (si pensi a Rosetta o L’enfant) comunicavano l’ampiezza e la confusione della vita e delle decisioni dei protagonisti, qui sembrano arrestarsi, come in una riluttanza a comprendere la vita interiore di un aspirante esecutore del castigo di Allah.

Il film inizia senza mostrarci come Ahmed sia caduto nell’estremismo radicale, una decisione che ci distanzia dalla figura del protagonista. Nel film non compare un padre: possiamo presumere che l’Imam ne abbia preso il posto? Questo non ci viene spiegato, forse anche per non oltrepassare i rigidi confini della narrazione. Che reazioni ha avuto la madre nel sapere che il figlio aveva un progetto omicida? Anche questo ci viene negato, perché evidentemente i registi hanno preferito convogliare ogni emozione dello spettatore nella catartica scena finale.

Una scena che vorrebbe essere finalmente melodrammatica e liberatoria, ma il cui arrivo, a differenza di altre loro storie, rimane slegata e poco coinvolgente, dando l’impressione che i due registi non abbiano voluto (o saputo) coinvolgersi appieno con la storia e i loro protagonisti.

Beppe Musicco