Con Enea, la sua opera seconda in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia (il suo esordio, il molto acclamato I predatori, tre anni fa era invece nella sezione Orizzonti, dove aveva vinto per la migliore sceneggiatura), Pietro Castellitto torna a raccontare un ambiente che l’autore conosce bene, quello di famiglie privilegiate di Roma Nord, che spendono il tempo tra circoli di tennis, feste notturne, ristoranti e riunioni familiari in lussuose magioni.

Enea (lo stesso Castellitto), è il rampollo di una di queste, ma al lamento e ai rimorsi della generazione precedente sostituisce un vitalismo amorale che vede nell’affermazione di sé stessi l’unica via, forse, per una qualche forma di felicità.
Una contrapposizione di stili di vita ma soprattutto di visioni del mondo, che viene dichiarata fin dal primo lungo dialogo su cui si apre il film, prosegue mescolando momenti di “ruminazione” che richiamano un certo cinema impegnato italiano, con altri di azione più affine alla serialità d’ambientazione criminale romana che è diventata quasi un genere a parte nella televisione italiana.

Con l’amico Valentino (Giorgio Quarzo Guarascio), Enea gestisce senza tanti scrupoli, oltre a un ristorante di sushi, un lucroso commercio di droga, senza che se ne accorgano gli ignari genitori (madre svampita che si dedica a meditazione e yoga, padre psicologo dell’infanzia interpretato da Sergio Castellitto, che sembra capace di aiutare chiunque tranne la sua stessa prole). Poi apparentemente il colpo della vita: 300 chili di coca da smerciare e venti milioni di euro. Tutto facile, se non fosse che la malavita vera interviene, la gente comincia a morire, proprio quando Enea incontra la ragazza giusta e inizia a pensare che la felicità possa stare da un’altra parte…

Se Castellitto junior qui si conferma regista dalla mano sicura anche nella direzione degli attori e nella messa in scena (sicuramente il film ha goduto di un ottimo budget per gli standard italiani, ma non tutti sono capaci di usarlo nella maniera giusta), è il film nel suo complesso a lasciare poco convinti. Se è bene parlare di quel che si conosce (Castellitto a Roma Nord ci è cresciuto e scatenò polemiche in una famigerata intervista, in cui paragonò la sua adolescenza privilegiata nel quartiere della Roma bene al Vietnam), qui però ci si chiede che cosa esattamente il regista voglia dirci con il suo secondo film e quale pubblico abbia in mente.

Al di là dei molti dialoghi sentenziosi (che ogni tanto sembrano voler fare il verso a Tarantino e altre volte si perdono in un tono filosofico che non si è mai sicuri quanto debba essere preso sul serio), l’apologo di Enea – ci resta il dubbio, come spettatori, se dovremmo trarre forse qualche deduzione da questa scelta di nome così altisonante – rischia di valere più nel suo aspetto estetico che per un reale significato. Alcune scelte narrative e registiche sfiorano già la maniera, i personaggi che girano attorno al protagonista sembrano talora costruiti più con il gusto dello strano e del grottesco (specie Valentino, a cui viene riservato un finale quanto meno discutibile) che con un percorso vero.

Oltre al padre Sergio, che sembra per tutto il film nascondere un segreto che si rivelerà ben diverso da quanto gli indizi lasciano intendere, da segnalare nel cast anche Benedetta Porcaroli, che riempie con il suo carisma di giovane star un personaggio altrimenti solo abbozzato e tutto costruito (peccato!) in funzione del protagonista, e Cesare Castellitto, fratello minore del regista, che interpreta proprio suo fratello: la relazione tra i due è una delle cose belle del film e sarebbe piaciuto vederla approfondita di più. Sarà per la prossima volta, che certo ci sarà per quello che resta comunque il golden boy del cinema italiano.

Barbara Oppi

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