Anche dopo quasi mezzo secolo dalla sua morte, a soli 42 anni, Elvis Presley è tra i solisti musicali più venduti di tutti i tempi e rimane un’icona riconoscibile a livello internazionale. Se non si può dire che sia sottovalutato, va tuttavia riconosciuto che l’influenza di Presley è stata meno salda e duratura sugli artisti emergenti rispetto a molti dei suoi contemporanei, in particolare ai Beatles. La sua eredità è stata anche sottoposta a un attento esame dovuto all’evoluzione del discorso sull’appropriazione culturale, il che ha trasformato la prima star bianca del rock’n’roll in un obbiettivo, in parte comprensibile, delle vivaci lamentele che circondano gli artisti bianchi che traggono profitto dalla musica afroamericana.

L’Elvis di Baz Luhrmann offre prevedibilmente un viaggio frenetico attraverso la vita di Elvis, sebbene sia anche vistosamente ossessionato dalle macchinazioni della figura più responsabile del suo successo: il colonnello Tom Parker (Tom Hanks), un istrionico mascalzone degno della sua fama. Tom Parker, che non era un vero colonnello e il cui vero nome non era nemmeno Tom Parker ma Andreas van Kujik, emigrò illegalmente negli Stati Uniti dai Paesi Bassi e passò dalla promozione musicale alla gestione dei talenti, in tempo per agganciarsi al nuovo artista più rivoluzionario del tempo.

È così che è il colonnello Parker, e non Elvis (Austin Butler), che funge da guida per il pubblico, attraverso il mondo caleidoscopico del film di Luhrmann, e la narrazione decisamente calcata di Hanks è piena di continue e autocelebrative giustificazioni, commenti e dettagli inaffidabili che rimarcano il controllo del racconto della carriera dell’artista. La presenza prepotente di Hanks mentre impersona Parker minaccia però di mettere in ombra la performance rivelatrice di Butler. L’impersonificazione media di Elvis in genere si riduce a un labbro arricciato, un taglio di capelli a coda di anatra e un borbottato “Thank you very much”, ma Butler non si piega mai alla rappresentazione a buon mercato; l’attore infonde al giovane Elvis un’insicurezza e una vulnerabilità più che credibili, e che perdurano fino all’era del cantante superstar; anche quando Elvis è più teso e aggressivo, c’è una certa morbidezza nei suoi occhi che ci ricorda l’umile ragazzo di campagna che era una volta; un’innocenza che aiuta anche a spiegare come abbia costantemente accettato le manipolazioni di Parker, anche quando stava cercando di sottrarsi alle mani del suo manager.

Naturalmente, trattandosi di un film di Luhrmann, l’impostazione registica è principalmente un racconto spinto da colori eccessivamente saturi, un’illuminazione intensa e tecniche di montaggio che tendono a portare all’estremo le inquadrature, come nella scena in cui Elvis e Parker sono insieme su una ruota panoramica che si dissolve nella rapida rotazione di uno dei suoi singoli su un giradischi. Anche il volume della musica è spinto a estremi travolgenti. Come ha fatto ne Il grande Gatsby, Luhrmann tenta di comunicare lo scandalo di una nuova forma di musica popolare sperimentata da artisti neri che si infiltrano nell’America bianca, infondendo generi ormai datati con suoni più contemporanei.

Molto più efficaci nel trasmettere l’effetto viscerale che Elvis ha avuto sugli ascoltatori contemporanei sono le immagini, che il regista organizza in collage di primi piani sui fianchi e sull’inguine della star, e le reazioni deliranti del giovane pubblico femminile. Ma quando un Elvis più maturo si stabilisce nella gabbia dorata della sua residenza a Las Vegas, i riflettori brillano troppo, e la scintilla iniziale di ispirazione che ha ispirato il rinnovato suono della big band che lo accompagna diventa solo celebrazione del pacchiano. Anche al meglio del suo successo, Elvis ha attinto alla frenesia che ha acceso, ma al tempo stesso non è stato in grado di cogliere le implicazioni sociali della sua arte, troppo preso com’era dalla corsa a capofitto nell’esecuzione della musica che più lo ha ispirato e mosso.

Ci sono però nel film momenti in cui si toccano argomenti più seri, come il dibattito sull’appropriazione della musica nera da parte di Elvis e il suo rapporto generale con l’America degli afroamericani. Vediamo la povertà infantile che ha costretto la sua famiglia a vivere in quartieri segregati destinati solo alle persone di colore, come si sia circondato da una serie di artisti di colore che vanno da Sister Rosetta Tharpe (Yola Quarterly) a B.B. King (Kelvin Harrison Jr.), e come fosse decisamente rilassato e felice quando li ascoltava esibirsi. Il film lascia anche spazio a un dettaglio cruciale che viene spesso tralasciato nella storia di Elvis: che molti dei primi critici dell’artista, sia della stampa che persino del governo, lo abbiano esplicitamente condannato per aver rappresentato la possibilità di desegregazione della sua musica, una miscela di country e rhythm’n’blues.

Ma tali intuizioni sull’impatto sociale di Elvis sono solo una parte dell’infinita raffica di ammiccamenti del regista sulla vita dell’uomo, e il tornare costantemente alla prospettiva di Parker troppo spesso riduce Elvis a un impotente spettatore della sua stessa vita. Un approccio corretto che sottolinea come l’uomo sia diventato una pedina dei suoi gestori, ma Luhrmann spesso sembra tralasciare di approfondire questo lato importante.

Così, come Elvis Presley finisce per ridursi negli anni gonfio e sfocato, il tono febbrile iniziale del film rallenta nei 160 minuti di durata, che lasciano lo spettatore esausto e compassionevole nei confronti di Elvis nei suoi ultimi anni, ma senza una visione più ampia della sua caduta rispetto all’immagine generale, come se fosse naufragato in una versione sempre più triste di sé stesso. Questo stridore di fronte all’inesorabile declino di Elvis evidenzia anche come il maggior limite del film sia l’allontanarsi dalle sue osservazioni più acute sul musicista e sull’uomo, per accontentarsi spesso semplicemente e superficialmente della celebrazione della star.

Beppe Musicco

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