Il regista Cameron Crowe è un critico musicale mancato: iniziò giovanissimo come giornalista per il magazine musicale “Rolling Stones”; da qui le sue esperienze raccontate nell’autobiografico Quasi famosi, non a caso il suo miglior film (a fronte del fasullo “Jerry Maguire” e del pessimo “Vanilla Sky”). E la colonna sonora, a tratti strepitosa, è la cosa migliore di “Elizabethtown”. La storia di formazione del giovane Drew non sarebbe neanche male, pur se non originalissima. L’incontro sentimentale casuale che cambia la vita arricchisce un’antologia lunga quanto la storia del cinema. La galleria di parenti “originali” è un’altra scelta che sa un po’ di deja vu. Ma il punto è un altro. Crowe è un regista abile che ha poco da dire, e lo racconta benino. Riesce a suscitare sentimenti sinceri, a toccare corde emotive profonde, a rappresentare atmosfere suggestive; ma si ferma sempre in superficie, senza mai andare in profondità. Al tentativo di suicidio – divertente, all’inizio – non si crede. Ai turbamenti del fallito neppure. Anche la storia d’amore sembra squilibrata, anche perché di fronte a una Kirsten Dunst frizzante e in crescita fa da contraltare un Orlando Bloom sempre più catatonico (possibile che abbia la stessa espressione che ne Le Crociate?).,Con una battuta, si potrebbe dire che Elizabeth town non è un brutto film, ma tre brutti film. Infatti a una prima parte che vorrebbe descrivere la frenesia della grande azienda e la follia della ricerca del successo – dove si staglia un cameo notevole di Alec Baldwin, il laido capo che lo caccia con il sorriso sulle labbra – segue la lunga parte in Kentucky, con i parenti stravaganti (un classico dei film che descrivono la provincia americana), inframmezzata dalla storia d’amore in incubazione con la giovane hostess (abbastanza irritante la lunghissima telefonata, di ore e ore, che si conclude con loro due che si incontrano, ancora al telefono); e per finire, una terza parte assolutamente “appiccicata” che è un road movie prima della loro definitiva unione.,Non che manchino situazioni divertenti, annotazioni gustose o gag esilaranti (la migliore: una videocassetta capace di “sedare” un gruppo di bambini scatenati: un’idea da suggerire a genitori disperati…). Ma, tolta la confezione e la cornice, il quadro non c’è, o è insignificante; e la ricerca della felicità è più narrata “fuori campo” che descritta efficacemente. A meno di non confondere frasi sentenziose con riflessioni pensose sulla vita.,E nonostante il taglio di 20 rispetto alla prima versione, presentata alla Mostra di Venezia, anche quella circolata nei cinema italiani pecca di lunghezza eccessiva rispetto alle necessità narrative. Da segnalare la presenza di una sempre elegante Susan Sarandon, cui il regista regala – ahinoi – un monologo imbarazzante chiuso da un tip tap solitario sulle note di Moon River.,Antonio Autieri