Uno scienziato crea un uomo cui dà il nome di Edward, ma muore prima di riuscire a completarlo: il ragazzo si ritrova così solo, costretto a vivere con due paia di forbici al posto delle mani. Adottato da una rappresentante di cosmetici, che lo accoglie in casa come nuovo membro della famiglia, Edward inizia a confrontarsi col resto del mondo.,Una delle caratteristiche principali dei film di Burton è la cura con cui viene realizzata la sequenza dei titoli di testa, che tende a presentare in modo asciutto ciò su cui lo spettatore deve porre l’attenzione, fornendo spesso lo spunto per una chiave di lettura della storia. La sequenza iniziale di Edward mani di forbice accosta una serie di elementi fondamentali della trama, per poi chiudersi con l’immagine del castello isolato di Edward, visto in lontananza. La memoria torna ad un altro inizio, quello di Beetlejuice – Spiritello porcello (1988), precedente film di Burton, in cui una panoramica aerea si muove su una cittadina di campagna e poi scende fino a restringersi sul dettaglio di una casa in cima a una collina: è allora che ci si accorge di stare guardando non un vero paesaggio, ma un plastico di cartone. In Edward mani di forbice troviamo analoghe panoramiche sul centro abitato, composto qui da villette a schiera stile anni Sessanta, tutte uguali, dai colori pastello: un microcosmo apparentemente gioioso e pieno di vita, in realtà grottescamente superficiale, finto come il plastico di Beetlejuice. ,La vicenda di Edward si inserisce in questo contesto, che essenzialmente rispecchia la concezione burtoniana della società: un insieme compatto di individui omologati, appagati dalla propria zuccherosa mediocrità e incapaci di comprendere tutto quanto non rientra nei loro parametri. Edward, volto pallido, look dark ed enormi forbici irregolari al posto delle mani, irrompe nella colorata cittadina con la forza di un fulmine a ciel sereno. Chi lo guarda come un mostro, chi ne fa un fenomeno da baraccone, chi lo considera una creatura del diavolo, chi lo esibisce come un accessorio di moda… Tutti cercano di inquadrarlo in qualche modo, ma nessuno (tranne la bella Kim, che s’innamora del ragazzo e ne manterrà vivo il ricordo) riesce a vedere nella diversità di Edward una possibilità di superare i limiti imposti dalle convenzioni sociali, per scoprire nella realtà qualcosa di più profondo, che è ciò che davvero dà senso alle cose. Edward non viene capito, ma il suo animo puro e semplice muterà per sempre la città, facendovi nevicare per la prima volta.,Pare che ci sia molto di autobiografico in questo film di Tim Burton, qui anche autore del soggetto: la sensazione di prigionia e solitudine provata durante l’infanzia nei confronti dell’ambiente conformista di Burbank si riflette nel personaggio dello strambo ragazzo dalle mani di forbice, catapultato in un contesto che non gli appartiene, incapace di avvicinare gli altri perché limitato dalla propria evidente diversità, ma soprattutto perché diretto verso mete più alte, più lontane. Oltre che dalla forte contrapposizione tra Edward e i cittadini, lo straniamento è reso costantemente tramite insolite angolazioni di ripresa (il più delle volte dal basso) che quasi deformano oggetti e persone, e soggettive in spazi angusti o affollati. I luoghi sono poi costellati da figure grottesche, che siano le creazioni dello scienziato o le sculture realizzate dal protagonista: personaggi simili si ritroveranno in quasi tutti i film del regista, e così altre immagini come quella della catena di montaggio, emblema di una realtà ripetitiva e artificiosa.,Nella parte di Edward un giovane Johnny Depp, da qui in avanti consacratosi al ruolo di attore-feticcio di Burton, convincente per la sua forte espressività e per lo stile eccentrico e anticonvenzionale che lo caratterizza anche nella vita reale e che ben si adatta alla parte dell’outsider. Spicca, tra bravi interpreti quali Dianne Wiest, Alan Arkin e Winona Ryder, l’illustre (seppur minima) partecipazione di Vincent Price come inventore di Edward: si tratta del suo ultimo lungometraggio. ,Il personaggio di Edward pronuncia solo 169 parole, ma a dare voce ai suoi pensieri ci pensano le bellissime musiche di Danny Elfman, altro stretto collaboratore del regista fino ad oggi.,Oggi molti sanno come si presenta un film “alla Tim Burton”: atmosfere gotiche abitate da anti-eroi, mostri malinconici dall’animo inquieto. Forse perché troppo legato alla propria immagine di “tenebroso”, il regista si è di recente abbandonato ad un’estetica sempre più esasperata ed autoreferenziale che rischia di sminuire anche le sue opere migliori, tra le quali è sicuramente Edward mani di forbice. Vedere questo film è essenziale se si vuole invece riscoprire lo spirito del Tim Burton più autentico.,Maria Triberti,