Amici da tutta un’esistenza, i cinque anziani protagonisti (due donne e tre uomini; due coppie sposate e un incallito dongiovanni), si trovano a fronteggiare i problemi della terza età: malanni gravi (un infarto per Claude, l’Alzheimer per Albert, una malattia terminale tenuta nascosta a tutti per sua moglie Jeannie) e meno gravi, dissapori con i figli, irrigidimenti caratteriali. Quando Claude viene portato in un ospizio dal figlio, gli amici lo fanno scappare. E decidono di andare a vivere insieme, in una specie di “comune” sessantottina fuori tempo massimo, pur se non tutti ne sono convintissimi. Ci saranno screzi, malintesi, segreti che emergono: Claude era stato infatti, 40 anni prima, amante di due delle tre donne, in contemporanea a lo insaputa; e all’insaputa, ovviamente, dai mariti… Ma dopo gli scontri si farà velocemente pace. In tempo per seppellire chi se ne andrà anzitempo, in serenità.,Opera seconda del giovane regista Stéphane Robelin, E se vivessimo tutti insieme? accumula tutti i cliché dei film sugli anziani con giusto un’aggiunta (ma anche questa non originale, negli ultimi anni) di argomenti “pruriginosi”, come i dialoghi tra Jane Fonda con il giovane ricercatore tedesco (Daniel Bruhl, protagonista di Goodbye Lenin e apprezzato anche in Joyeux Noel e Bastardi senza gloria, qui doppiato con un accento germanico terrificante) che indaga sulla vita degli anziani nelle società occidentali e si imbarazza a parlare con la donna della loro sessualità. Gli attori, tutti vecchie glorie del cinema francese oltre all’americana Fonda, sono bravi ma si limitano all’ordinaria amministrazione, e vengono appesantiti nell’edizione italiana da un doppiaggio manierato, con voci note ma male assortite (Pierre Richard doppiato da Omero Antonutti!). E se Claude Rich si ripete nella parte del vecchio gaudente (prende il viagra, ci prova con tutte le giovani che gli capitano a tiro) e Guy Bedos e Geraldine Chaplin sono nevrotici come mille personaggi simili, i migliori sono Jane Fonda (anche se poco credibile come malata terminale, vista la sua forma smagliante) e soprattutto il “marito” Pierre Richard, nel ruolo più serio e ben descritto del malato di Alzheimer, che pochi riconosceranno come lo straordinario comico degli anni 70 e 80 (uno dei suoi successi maggiori fu La capra). Un film banale e scontato, che diventa irritante alla fine con il tentativo di fondere una commozione forzata con una serenità anche poco comprensibile, vista la sottile disperazione – seppur ben dissimulata da gioia di vivere quasi rabbiosa, per chi li vuole trattare come “vecchi” – di queste vite ormai al tramonto.,Antonio Autieri