Non è certo un’esperienza che viene voglia di ripetere spesso, quella a cui costringe il disturbante seppur intelligente film di Lynne Ramsey. L’esistenza di Eva (un’intensa e allucinata Tilda Swinton) è sconvolta dal gesto terribile di suo figlio (che richiama il fin troppo celebre caso di Columbine, che già ispirò il film di Gus Van Sant Elephant), e gli autori (la stessa Ramsey è coautrice della sceneggiatura da un romanzo di Lionel Shriver) decidono di ridare tale sconvolgimento anche attraverso la forma del racconto, dominato dai toni del rosso (quello del sangue, ovviamente, ma anche di tanti altri “liquidi” quotidiani: marmellate, salsa di pomodoro, pittura…).

Un racconto che è una sorta di confusa esplorazione tra ricordi (apparentemente neutri, ma pur sempre viziati da un punto di vista, quello di Eva, fortemente segnato) e flash dell’evento drammatico che fa esplodere una difficilissima relazione madre-figlio. Una relazione che, tuttavia, pur mettendo in scena (specialmente nella fase della prima infanzia) molte situazione universali (i pianti impossibili da placare, la mancanza di sonno, la frustrazione e così via), universale è solo fino a un certo punto. Nella pellicola, infatti, il piccolo Kevin, già da quando è un bimbo di pochi anni mostra verso la madre (e, vien da dire, a prescindere dalla forse riluttanza di lei a vedersi in quel ruolo) un’ostilità e un rifiuto che vanno ben oltre la norma (si rifiuta di giocare, di parlarle, di farsi abbracciare). L’oggettività delle scene che descrivono con crescente angoscia (mascherata dalla freddezza della messa in scena in una casa praticamente “non abitata”) l’estraniamento tra i due rendono difficile credere che possa trattarsi solo della percezione distorta di Eva… E il film, infatti, ha per certi versi la forma di un horror quotidiano, in cui il mostro è quel bimbetto (e poi ragazzino con l’aria fragile, ma diabolica) che gira per casa pronto a colpire, con le parole o fisicamente. Obiettivo costante sua madre e poi anche la sorellina. Apparentemente “salvo” il padre, che ciecamente decide di ignorare le grida d’aiuto della moglie così come i segnali d’allarme…

È nella relazione tra i due genitori, però, che la pellicola (che in nessun modo, invece, potrebbe essere interpretata in chiave psicologica per spiegare il gesto assurdo di Kevin con l’equazione “figlio non amato = figlio assassino”) riesce davvero a dire qualcosa sulle famiglie di oggi. L’assenza colpevole della figura paterna (tanto più significativa. visto che del mondo esterno non vediamo nulla, come se gli unici rapporti reali e rilevanti fossero quelli del nucleo ristretto), la totale delega di un rapporto educativo e la volontaria cecità di fronte alla fatica e al disagio della moglie, fanno di Franklin, il protagonista maschile, il responsabile più plausibile – se proprio si dovesse trovare un “colpevole” – dell’infelicità di sua moglie prima ancora che del gesto omicida di Kevin. Una ricerca del colpevole che per altro non è affatto l’intento del film, che invece esplora con poche parole e molti sguardi il processo di rielaborazione del lutto e della propria storia da parte di Eva, pur senza poter approdare a una risposta sul significato del gesto di Kevin o sulle sue cause. Resta da capire se l’esito, che lascia Eva con nulla se non se stessa e un figlio assassino da aspettare, sia affidato solo alla disperazione e al nichilismo, o forse l’abbraccio tra lei e il figlio (che porta i segni della vita in prigione e per la prima volta ha dismesso il suo tipico sguardo pieno di crudeltà e sfida) possa essere un punto di apertura a un orizzonte diverso.

Luisa Cotta Ramosino