Alex e Tess sono sposati da diversi anni ma stanno affrontando la crisi del loro matrimonio. Dopo la separazione Alex, per puro caso, inizia a esibirsi nel locali di stand-up comedy che diventano il suo rifugio. Tess, da parte sua, prova a riprendere la sua vita passata legata al mondo del volley ad alti livelli. In mezzo, i due figli di circa dieci anni soffrono per la situazione che si è creata ma stanno molto bene sia con il padre che con la madre…
Alla sua terza regia, Bradley Cooper con È l’ultima battuta? mette in scena la crisi di un matrimonio e lo fa scegliendo i toni della dramedy. Il regista avrebbe potuto ritagliare per sé il ruolo di Alex, che invece affida al bravissimo Will Arnett; è lui il vero protagonista del film. Tess, invece, è interpretata dall’altrettanto brava Laura Dern. Non c’è dubbio che l’aspetto originale del racconto sia il ruolo che ha la stand-up comedy. Alex scopre di essere piuttosto bravo; lo vediamo passare di locale in locale a mettere in scena con le sue battute le difficoltà del suo matrimonio e la sua sofferenza. Per lui quei dieci minuti di esibizione sono una terapia psicanalitica che lo porta a tentare di riavvicinarsi alla moglie. Tess, invece, rimane un po’ più sullo sfondo con i suoi desideri, ambizioni e recriminazioni; i due, pur separati, non arrivano a una vera rottura e sembra che, in qualche modo, cerchino la strada per riavvicinarsi. È soprattutto Alex a provarci con alterne fortune. La stand-up comedy lo aiuta ma non è certo sufficiente per riannodare i fili di una relazione lunga tanti anni; occorre trovare nuovi spunti e nuove chiavi di convivenza.
Bradley Cooper, che nel film ricopre il piccolo ruolo di Balls, amico della coppia e attore semi fallito, realizza un film pensato per un target adulto a cui non manca il ritmo e non solo per le scene di stand-up comedy. È l’ultima battuta? è un film dalla sceneggiatura serrata, fatta di battute, dialoghi, confronti e discussioni che, volutamente, non affonda troppo il coltello nella crisi della coppia. Ne viene fuori un film in un certo senso “leggero”, in cui non si soffre come in altri lungometraggi che hanno affrontato lo stesso argomento (basti pensare ad esempio a Storia di un matrimonio di Noah Baumbach) ma che rischia di essere dimenticato troppo velocemente.
Per Cooper, comunque, un’altra bella prova registica nella direzione degli attori e nell’aver saputo rendere bene le atmosfere dei locali newyorkesi in cui imperversa la stand up comedy. E i locali della Grande Mela sono i protagonisti del film un po’ come in A Complete Unknown di James Mangold lo sono i locali e i caffé in cui negli anni 60 i giovani andavano ad ascoltare i nuovi talenti della musica folk.
Stefano Radice
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