L’inizio sembra quello di un documentario, con tanto di immagini di repertorio: nel 2018 due palazzi in condizioni fatiscenti crollarono nel cuore di un quartiere popolare di Marsiglia, a due passi da una piazza dove una statua del poeta Omero sembra osservare e giudicare gli eventi, e soprattutto gli uomini. Quelli che per profitto mantengono in condizioni di vita precarie se non a rischio povere persone in case malandate, mettendo anche in conto le possibili “perdite”. Quelli che non sanno unirsi nella lotta ma preferiscono dividersi per motivi di calcolo personale. Quelli più giovani, che vorrebbero cambiare il mondo e si organizzano per farlo, con accoglienza per i poveri e immigrati e manifestazioni e spettacoli per ridestare l’attenzione della gente assonnata.

E poi – e qui il film ormai da un po’ è passato alla finzione, ma non sembra esserci soluzione di continuità – c’è Rosa, il cuore e l’anima del suo quartiere popolare nella vecchia Marsiglia. Divide la sua energia strabordante tra la sua famiglia numerosa e unita (lei vedova, attorniata da figli, congiunti e nipoti), il lavoro da infermiera e il suo impegno politico a favore dei più svantaggiati. Tante volte si è candidata alle elezioni comunali, per la sinistra, e ha sempre perso contro la destra. Stavolta vorrebbe riprovarci, ma le divisioni del suo “campo” politico la deludono: verdi, comunisti, ex comunisti, nuovi partiti “indignati”, movimentisti senza partito… Tutti contro tutti, nessuno fa un passo indietro, ognuno reclama il proprio candidato a sindaco, quando sarebbe evidente che lei è la persona giusta. Rosa si smonta e poi si riappassiona, poi si disillude ancora. E pensa, un po’ stremata: ci vorrebbero due vite, una per aiutare sé stessi e una per aiutare gli altri. Quando inizia a pensare che sia il caso di fermarsi definitivamente, non solo dalla politica ma dal lavoro e di andare in pensione, tutto va in confusione: anche le questioni di un cuore sepolto dopo tanti anni da donna serenamente sola nel pensiero di suo marito, quando incontra il gentile ed elegante Henri (padre della ragazza che sposerà suo figlio). Può bastare il sostegno di chi le vuole bene, di fronte a una lotta così dura?

Robert Guédiguian, regista settantenne di origine armena – un tema sempre presente nei suoi film e anche in questo, in cui si vede una comunità fiera delle proprie origini – e di idee marxiste professate ma anche messe in discussione attraverso i suoi personaggi, come nelle sue opere migliori ambienta questa storia nella sua Marsiglia e mette in scena la consueta comunità familiare e politica. Una famiglia che è anche quella dei suoi attori, storici – il terzetto costituito da sua moglie, la stupenda Ariane Ascaride, dal gigantesco Jean-Pierre Darroussin (che recita sempre in sottrazione) e da Gérard Meylan che dà il meglio solo con il suo amico Robert – e “nuovi”, anche se alcuni sono già al terzo o quarto film con lui. Con E la festa continua! tocca uno dei suoi livelli migliori (di solito si citano Marius e Jeannette, che lo fece conoscere in Italia, La ville est tranquille o Marie-Jo e i suoi due amori, ma il nostro preferito rimane Le nevi del Kilimangiaro), riuscendo ad amalgamare tante storie e personaggi e arrivare  a una conclusione forte e significativa, in cui le ragioni del cuore e gli ideali per una società migliore trovano la migliore sintesi.

Come in Le nevi del Kilimangiaro, sembra che la politica non basti più a rispondere ai problemi della società: c’è bisogno di un nuovo umanesimo, in cui quegli ideali si precisano e si concretizzano in favore degli altri e non solo per ribadire la superiorità di un’idea sull’altra. E dove, forse, lo spunto per una convinzione che non cede alla stanchezza non sta solo in personaggi “mitici” – espressamente citati – come Rosa Luxembourg o Antonio Gramsci (o, nel già citato Le nevi del Kilimangiaro, Jean Jaurès) – ma anche in altri “appigli”: come la bellezza generata dalla poesia, dalla letteratura, dalle canzoni popolari e dall’arte e una curiosità non casuale per l’iconografia cristiana (un’“ultima cena” del Seicento francese secentesca che campeggia nella chiesa occupata, il più famoso Cenacolo di Leonardo,  il “Cristo morto” del Mantegna) e ciò che rappresenta. Forse in cerca di un approdo che sia più solido e che sappia rispondere meglio alle sofferenze della vita. E affermando una speranza che non solo conforta lo spettatore, ma indica una prospettiva umana convincente: combattere il Male, la disillusione, la rassegnazione con una “fede”, politica o religiosa che sia, non solitaria.

Antonio Autieri

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