Ancora una spy story tra multinazionali e inganni per Tony Gilroy, lo sceneggiatore della trilogia di Jason Bourne e soprattutto regista di Michael Clayton. Al centro della vicenda due spie affascinanti, interpretate con la solita sicurezza da Julia Roberts e Clive Owen sui volti e corpi il regista plasma una storia che è certo più rosa che thriller. A ben vedere, infatti, Duplicity è una commedia giallo-rosa tutta centrata sul carisma dei due divi e sul tentativo di una “stangata” ai danni di una multinazionale più che un thriller dai risvolti etici come era stato il film interpretato da George Clooney. Una girandola di inganni, bugie, mezze verità, doppi e tripli giochi, complicati anche da una struttura narrativa non lineare è lo sfondo su cui si inserisce una semplice storia d’amore e sospetti. L’intento di Gilroy, più che sviscerare un tema da sempre ostico al cinema come i meccanismi delle multinazionali (su questo e le difficoltà di mettere in scena al cinema il sistema, si veda ad esempio The International, ancora con Clive Owen protagonista), è quello di girare un film brillante ispirato alle commedie sofisticate della Hollywood classica. Nessuna volgarità, pochissimo sesso, una buona dose di humour e un certo distacco ironico dei due protagonisti. Eppure, per non assomigliare a una versione più colta di Mr. & Mrs. Smith, Duplicity avrebbe avuto forse bisogno di qualcosa d’altro, qualcosa oltre la buona confezione ben fotografata e di qualche battuta ben assestata. Perché qualcosa manca al film e troppo (gli incontri d’amore in flashback della coppia di spie) si ripete. In un film, infatti , che vorrebbe essere complesso sia da un punto di vista narrativo che sa un punto di vista tematico, è paradossale che i primi a non essere approfonditi a dovere sono proprio i personaggi, semplici caratteri e ben lontani dall’ambiguità e dal mistero che circondava i personaggi minori di Michael Clayton: è esemplare il trattamento del personaggio impersonato dal pur bravo Tom Wilkinson. Accanto a Clooney il suo era un personaggio forte e tormentato, un carattere e una storia personale in grado di far crescere la tensione, qui è poco più che una comparsa al servizio di un finale dolceamaro. E lo stesso discorso si potrebbe fare per Paul Giamatti e per i due protagonisti, bravi, belli, professionali ma anche piuttosto impersonali al cospetto di tante altre spie per amore del cinema che fu. Un divertissement abbastanza colto, con un notevole calo di tensione nella parte centrale un po’ oscura, più complicato che complesso, suggestivo a intermittenza. Valga per tutto il film la sequenza iniziale: un ralenti esibito e dilatato, tanto curioso e accattivante, quanto inutile ai fini della storia e incoerente da un punto di vista stilistico. Una sequenza ad effetto, un ralenti a infinitesima velocità spettacolare sì, ma per non dire nulla.,Simone Fortunato