Di biografie illustri è pieno il cinema, e ultimamente ancora di più tra film di finzione e documentari che trovano sempre più spazio nei cinema. Vediamo due esempi, dallo stile e dai risultati molto diversi, passati nei primi giorni della Festa del Cinema di Roma (17-27 ottobre).

Prima del breve passaggio nei cinema (uscirà a brevissimo come evento, dal 28 al 30 ottobre),  è passato al festival romano il documentario Pavarotti, sulla vita e sulla figura del grande tenore. La regia è di Ron Howard, autore di biopic come A Beautiful Mind, Apollo 13 e Rush, qui alle prese con il suo terzo documentario dedicato a una stella della musica (dopo The Beatles: Eight Days a Week – The Touring Years e Made in America). Lo sguardo del regista americano è accogliente e si mette alla portata di tutti, amanti oppure digiuni del mondo dell’Opera. Il documentario, però, non convince: il rischio è di presentare materiali numerosi ed eterogenei privi di una vera selezione. Nella paura di tralasciare qualcosa, le esperienze dell’artista sono raccontate senza approfondimento: è proprio la figura di un uomo che ha suscitato ammirazione (e non solo) in tutto il mondo a rimanere contraddittoria e sfuggente, affidata a immagini e dichiarazioni non facili da raccordare. (Roberta Breda)

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Un documentario di Werner Herzog “scritto” attraverso le immagini e le parole, in capitoli, come un libro, o come uno dei taccuini su cui Bruce Chatwin raccoglieva pensieri, dialoghi, disegni, impressioni: è Nomad: In the Footsteps of Bruce Chatwin. A 30 anni dalla morte dello scrittore britannico, il regista tedesco che lo ha conosciuto negli ultimi anni della sua vita ha ripercorso i luoghi simbolo della sua opera “nomade” portando sulle spalle proprio lo zaino dello stesso Chatwin, che lo glielo aveva regalato pochi giorni prima di morire. Sentiamo dalla voce di chi lo ha conosciuto (a partire dalla moglie Elisabeth) il racconto di un uomo vitale, curioso, affascinato dal cammino come modo di scoprire sé e il mondo. Un uomo capace, come racconta il suo biografo, non di dire mezze verità, ma “verità e mezzo”, cioè di rendere con il suo particolare modo di narrare la verità ancora più brillante e incisiva.

L’esplorazione di Herzog, dichiaratamente “partecipe”, è un appassionato omaggio a un modo di guardare la realtà che cerca nelle origini (della vita, dell’uomo, dei popoli) il senso dell’oggi, con la consapevolezza di ciò che si è perso, ma anche con la meraviglia di tutto ciò che si incontra. Ne nasce un racconto fatto di aneddoti, ricordi, incontri, in cui la stessa voce di Chatwin irrompe a testimonianza del fascino di un uomo imperfetto, ma irresistibilmente affascinante. E con lui si svela anche un Herzog diverso, che mescola con consapevole disinvoltura i suoi ricordi con quelli dell’amico, trasmettendo con grande efficacia la poesia di mondi e culture lontani, la sfida di un cammino che è sempre fisico, ma anche spirituale, in perenne tensione tra appartenenza a un luogo e partenza verso l’ignoto. (Luisa Cotta Ramosino)