Due persone, affette da disagio psichico, diventano complici e poi amiche quando fuggono dalla comunità nella quale si trovano in cura, per finire a cercare una madre in un paese straniero. Vi ricorda qualche cosa? In effetti non è facile non pensare a La pazza gioia di Paolo Virzì, quando si guarda Due piccoli italiani. Forse meno flamboyant  di Valeria Bruni Tedeschi e meno tragici di Michela Ramazzotti, Paolo Sassanelli – qui anche regista, all’esordio – e Francesco Colella sono incapaci delle gesta picaresche delle due protagoniste di quella notevole commedia: molto più limitati, ma paradossalmente molto più inverosimili (davvero si può salire su un pullman di tifosi inglesi e senza problemi trovarsi in Olanda, per poi ritrovarli sul molo di Rotterdam e partire con loro per l’Islanda, così, senza che nessuno chieda un soldo o un documento?), i due personaggi superano abilmente le differenze linguistiche e logistiche, trovando ovunque sponde generose in fatto di cibo, alloggio e sesso, che consentono il prosieguo dell’avventura.

Felice (Sassanelli) fa il verso a Dustin Hoffman in Rain Man: non è altrettanto bravo con la matematica, ma parla inglese e pure qualche parola di olandese; Salvatore (Colella) dovrebbe essere quello normale, però ha scatti d’ira che lo fanno diventare violento. Ma la trama della storia finisce qui, e non basta la presenza fisica della simpatica Rian Gerritsen e il suo italiano ridanciano per riempire i troppi vuoti del film, che deve affidarsi anche a Dagmar Lassander (già protagonista di film scollacciati anni 70 in compagnia di Bombolo e Lino Banfi) per trovare un’altra straniera che parli italiano per giustificare la propria presenza in un film esile e in cui anche l’audio in presa diretta è faticosissimo. Sassanelli è sicuramente un bravo attore (da rivedere ne LaCapaGira soprattutto), ma per dirigere ha bisogno di una storia molto più convincente di questa.

 

Beppe Musicco