Driver: non ha un nome ma un “mestiere”, un ruolo, un’abilità a connotarlo il giovane che sa guidare le auto divinamente e non perde mai il controllo delle proprie emozioni. Che si tratti di fare lo stuntman, ovvero la controfigura in acrobatiche e pericolose sequenze in film hollywoodiani, o di fare l’autista (di notte) al servizio di ladri in fuga dal luogo del reato. Con Drive la mente corre a un altro autista “borderline” nella storia del cinema, quel Taxi Driver di Martin Scorsese con un grande Robert De Niro. Non a caso soggiogato, come presidente di giuria al festival di Cannes 2011 (dove Drive ha vinto il premio per la miglior regia), da questo film tratto dal romanzo omonimo di James Sallis adattato dall’iraniano Hossein Amini. Anche se le citazioni e le ispirazioni più o meno esplicite vanno ad altri film dei decenni scorsi, soprattutto Vivere e morire a Los Angeles di William Friedkin. Questo Driver, così bravo con le auto quanto silenzioso, solitario e metodico, vede per la prima volta incrinarsi il suo equilibrio quando conosce una bella vicina di casa, con un figlio cui si affeziona. Ma poi esce suo marito di prigione, braccato da criminali cui ha fatto un torto: e lui decide di aiutarlo a tirarsi fuori da guai grossi, per amore di lei…

Drive è un gran film, che porta alla ribalta il talento del regista danese Nicolas WindingRefn, finora conosciuto da ristrette cerchie di fans (per film come la trilogia Pusher, e poi Valhalla Rising, e il recente Bronson) e ora approdato in America con un film indipendente (non prodotto, quindi, nella grande Hollywood) di fascia alta. Con un incipit che toglie il fiato per ritmo e qualità visive e costruito su misura sul protagonista, l’emergente Ryan Gosling (apprezzato in passato in The Believer, Le pagine della nostra vita, Lars e una ragazza tutta sua, Le idi di marzo di George Clooney), affiancato dalla sempre più brava Carey Mulligan (An Education, Non lasciarmi) e da un folto cast di attori di contorno efficacissimi (come gli esperti Ron Perlman e Albert Brooks, o Christina Hendricks e Bryan Cranston, presi di peso dalle popolari serie televisive americane Mad Men e Breaking Bad), il film si impone anche per lo stile, a tratti avvolgente e dolce, a tratti secco e durissimo, per le immagini splendide (la vendetta con la maschera da stuntman), per l’eccellente colonna sonora, per il montaggio frenetico alternato a momenti più riflessivi, e altri perfino “in ralenti”, fino a diventare fortemente romantico nonostante un contorno di violenza e crudeltà. Violenza anche efferata e, come quasi sempre avviene, anche un po’ gratuita: si poteva sfumare su qualche sequenze e il film non ci avrebbe perso nulla, anzi. Certo, la storia del cinema degli ultimi decenni, diciamo dal già citato Taxi Driver (e tanti altri film di Martin Scorsese) e Scarface in poi, è piena di film “violenti” ma anche molto belli, a volte perfino poetici. Ma forse è cambiato qualcosa e oggi, giustamente, siamo più sensibili a certe manifestazioni visive (senza contare il fattore anagrafico, anche di chi scrive; più passano gli anni, meno si sopportano scene di violenza).

Ma nonostante queste parziali riserve, che possono incidere su spettatori sensibili, Drive è un film sorprendentemente struggente. Azione, violenza e motori si mescolano a sentimenti forti, come il desiderio di un amore che potrebbe dare una svolta all’esistenza e un amaro senso di sconfitta, di rinuncia, di sacrificio cui non si riesce a rimanere indifferenti.

Antonio Autieri