L’Hot Topic è uno di quei locali dove si ascolta musica dal vivo, un po’ tipo il “Bob’s Country Bar” di Blues Brothers. Non ha la rete che ripara i musicisti perché siamo nella civile California e nessuno tira bottiglie di birra vuote alla band, ma la clientela non è fatta di giovanissimi, e il complesso rock che ogni sera si esibisce sul palco, che si chiama “Ricki and the Flash” dal nome della sua “frontwoman”, la chitarrista Ricki Randazzo, ha un repertorio che finisce negli anni 80, anche se all’occasione non si vergogna di mettere in repertorio Lady Gaga (ma solo nel caso ci siano giovani ai tavoli). Ricki sfoggia una capigliatura particolare, mezza a treccine e mezza liscia, una mise di cuoio nero, anelli vari e un tatuaggio che inneggia ai Tea Party, i conservatori anti-Obama. Di giorno fa la cassiera in un supermercato di cibi organici, la sera si scatena a cantare cover delle sue band preferite e vive con il solista della band. Non naviga affatto nell’oro e non è neanche completamente felice, a giudicare dalle incertezze sulla relazione col suo uomo. Ma quando una telefonata dell’ex marito la spinge a tornare nell’Indiana (la figlia maggiore è stata mollata dal marito e ha tentato il suicidio), tutto il suo passato tornerà a galla, e verrà il tempo di farci i con

Sceneggiato da Diablo Cody (Juno), Dov’eravamo rimasti gioca sui contrasti di un’apparente ex giovane trasgressiva, senza un soldo e che però parteggia per i conservatori, contrapposta a una famiglia “liberal” e multietnica (dopo il divorzio da Ricki, il marito ha sposato un’afroamericana), che però vive in un lussuoso agglomerato di ville cintato e supervigilato. I contrasti si esplicitano specialmente nei dialoghi tra la madre, la figlia (interpretata da Mamie Gummer, vera figlia della Streep), i due figli – uno in procinto di sposarsi con una ragazza di ottima famiglia, l’altro dichiaratamente gay – e anche con l’ex marito e la sua attuale moglie (che sembra ricalcare nell’aspetto Michelle Obama). Tentativi che non sempre riescono, a volte per una certa banalità della sceneggiatura, a volte per mancanza di approfondimento di personaggi che potrebbero diventare molto più interessanti. A tenere tutto in piedi però c’è Meryl Streep, una delle pochissime attrici per cui varrebbe la pena di pagare il biglietto anche per sentirla recitare la lista della spesa. Quando Jonathan Demme (Philadelphia, Il silenzio degli innocenti) lascia che la protagonista prenda il comando della scena, escono fuori i momenti migliori del film, come il pungente battibecco con la nuova moglie o i momenti col partner nella vita e sul palco (interpretato da Rick Springfield, ottimo musicista). Per non parlare dei numeri musicali, nei quali Meryl Streep mette a frutto le lezioni avute da Neil Young, che le permettono di eseguire sulla sua Fender Telecaster tutte le canzoni della colonna sonora, accompagnata da una voce tutt’altro che disprezzabile e che valorizza tanti classici della musica pop. E che salva definitivamente il film con un concerto finale che mette la voglia di alzarsi sulla poltrona e mettersi a ballare.
Beppe Musicco