Il Doctor Strange di Scott Derrickson rimane senza dubbio uno dei film più fantasiosi dell’Universo Cinematico Marvel (d’ora in poi MCU, come scrivono gli americani), grazie a tutti gli incredibili movimenti a cascata mentre trasporta i suoi personaggi attraverso varie dimensioni e piani della realtà più o meno assurdi. Ma non ha niente che lo assimili alle tinte horror di Sam Raimi che dirige questo Doctor Strange nel multiverso della follia. Migliorando l’approccio piuttosto scialbo al multiverso visto in Spider-Man No Way Home, il film coglie le possibilità del materiale con una esuberanza che non si vedeva più dai tempi dalla trilogia di Spider-Man diretta proprio da Raimi.

Sulla scia delle azioni del dottor Strange (Benedict Cumberbatch) in Spider Man – No Way Home, le barriere che separano gli universi si sono assottigliate e nuovi mostri assediano New York. Strange, già dubitando di sé stesso dopo aver causato così tanto scompiglio, è costretto a prendersi cura di un’adolescente capace di saltare attraverso le dimensioni, America Chavez (Xochitl Gomez, che evidentemente non aveva la forza contrattuale per chiedere che il suo personaggio avesse un nome meno banale), che era un’amica di uno dei suoi sé alternativi e che è braccata attraverso gli universi da nemici che vogliono i suoi poteri di attraversamento del multiverso.

Come personaggio, Doctor Strange funziona sempre al meglio quando ha una controfigura con cui giocare, e l’ingenuità di America (che nel suo universo politically correct ha due mamme e non un padre) creano un contrasto con l’autostima d’acciaio dello stregone. Eppure, nel suo ruolo improvvisato di custode della ragazza, Strange trova anche un parallelo con Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen), che è ancora sconvolta dagli eventi traumatici di WandaVision (mi spiace, ma questa la potete vedere solo su Disney+). Ma se Strange riflette stoicamente sui suoi fallimenti, Wanda è un continuo sfogo di rancore senza fine, e i due affrontano il loro rimpianto in modi completamente diversi, fino a scontrarsi apertamente.

Gli eventi e le rivelazioni del film hanno sicuramente materiale per molti film e spettacoli futuri, con la consueta efficienza Marvel: il concetto di multiverso è già stato ridotto a una scorciatoia per infiniti cameo di personaggi più o meno importanti o oscuri che hanno sfilato sullo schermo, come personaggi di sitcom che entrano nel set tra gli applausi dello studio (o in questo caso della sala, giuro). Raimi non lo può evitare, ma bisogna riconoscere che limita quasi tutti i momenti di questo “nerdgasm” a un’unica scena, che si conclude in un modo, da una parte ridicolo, dall’altra abbastanza scioccante (non sarebbe Sam Raimi, d’altronde).

Dall’uso del colore, alle scelte di illuminazione per dare spessore ai salti dimensionali, agli zoom sulle risate sardoniche, lo stile di Raimi è sempre ben distinguibile ed efficace nel trasmettere la personalità di uno Strange che naviga in infiniti regni alternativi. E Raimi fa molto affidamento anche sulle sue radici horror: mostri tentacolari, enormi demoni e scheletri volanti. La paura si trasmette sempre attraverso il movimento della telecamera, gli improvvisi cambiamenti di luce e il montaggio, dalle riprese lunghe a improvvise raffiche che sembrano scosse elettriche.

Se però allo spettatore meno coinvolto (metafora per dire anzianotto) tutto questo vortice pluridimensionale e di personaggi vecchi e nuovi che saltan fuori inaspettati può sembrare anche un filo stucchevole, bisogna riconoscere che anche a Cumberbatch viene offerto lo spazio per sviluppare il personaggio di Strange oltre il suo aspetto altezzoso e aristocratico, spingendolo ad ammettere i limiti del suo genio, e dandogli la forza di abbandonare il suo senso di autorità assoluta (anche se personalmente mi divertiva di più nelle vesti di apprendista stregone incapace di prendere confidenza col mantello). Ultimo suggerimento per i neofiti: aspettate la fine dei lunghissimi titoli di coda, se volete sapere cosa vi aspetta nel prossimo film…

Beppe Musicco