Juan Manuel Cotelo (noto agli spettatori italiani soprattutto per L’ultima cima) è il tipo di personaggio che non ci stupiremmo vedere scavalcare gli spalti di un’arena, durante una corrida, per puntare la telecamera in faccia al torero – e poi magari anche al toro – e chiedere: “Ehi, lo sai che Dio ti ama?”. Ci vogliono fegato e faccia tosta, spregiudicatezza e un cuore grande così. Ciò che stupisce di più di questo film (il terzo del regista arrivato in Italia ma in realtà precedente a Terra di Maria, che è del 2013) è che affronta temi spinosi e controversi con talmente tanta serenità e buon senso che ci si chiede come mai non si possa fare la stessa cosa in altri contesti e in altre situazioni. In questo Dio esce allo scoperto (che in patria è la seconda puntata di una serie di docu-fiction televisive intitolata “Te puede pasar a ti” – potrebbe succedere a te) Cotelo racconta la storia di un ragazzo messicano omosessuale che dal gorgo della prostituzione, sul punto di suicidarsi, risale fino alla conversione al cattolicesimo e all’abbraccio di una vita di castità. Rubén Garcia – questo è il suo nome – vive un’infanzia difficile. Continuamente brutalizzato dal padre contadino, che lo accusa di non comportarsi da uomo, si affeziona alla madre, con cui passa la maggior parte del tempo imitandone i comportamenti. Senza talento nel gioco del calcio, è ostracizzato dai coetanei che lo umiliano chiamandolo “femminuccia”. Da adolescente, la scoperta di essere stato adottato è il colpo di grazia. Rubén abbandona la Chiesa cattolica, incolpando Dio di tutte le sue sofferenze. Prima a Guadalajara e poi a Los Angeles, il ragazzo entra nella comunità gay, ha rapporti con altri uomini, medita prima di cambiare sesso e poi, quando si ammala di AIDS, di suicidarsi. Un giorno, però, accetta l’invito di un’amica a partecipare a un ritiro spirituale… Contrariamente a quanto si possa pensare, Dio esce allo scoperto non è un film sull’omosessualità e non parla neanche di terapie riparative. È, piuttosto, un film sulla speranza e sulla gioia di essere salvati. Il tema è incandescente ma il simpatico regista non si tira indietro. All’inizio del film si chiede: “Posso raccontare questa storia senza alzare polveroni?”. Quindi si tuffa nella mischia e sfreccia al volante del suo camper alla ricerca di tracce, testimonianze, giudizi. Intervista Rubén, che ora fa parte di “Courage”, un’organizzazione – approvata dal Pontificio consiglio per la famiglia – che offre sostegno a persone con tendenze omosessuali che chiedono un aiuto. Molti che l’hanno incontrato e hanno letto la sua storia (condivisa in un libro) si sono a loro volta convertiti. Nella seconda parte del film Cotelo si rimette in strada e invita sul camper persone, di opinioni e credo diversi, mostrando loro quanto girato fino a quel momento. L’intervista a Rubén, il racconto dei suoi trascorsi nel mondo della prostituzione, il tentativo di suicidio, la conversione scuotono gli spettatori. Ognuno sale sul mezzo sicuro delle proprie convinzioni (sulla vita, sull’amore, sulla Chiesa) e ne scende forte di una nuova esperienza. Atei e cristiani, intellettuali e gente comune, giovani e vecchi, si siedono l’uno di fronte all’altro. Le persone mettono alla prova le loro idee. Aiutati dalla situazione, giudicano le cose attraverso lo sguardo e la realtà di chi hanno di fronte. Si parte dal tema dell’omosessualità ma si arriva a parlare a tutto tondo di miracoli, del “rischio” della preghiera, di un Padre che ama tutti con il cuore di una Madre. Mariti e mogli riflettono sulla scelta di costruire una famiglia: «Ci sposeremmo davvero con il cuore» – si sente dire da una donna – «se sapessimo qualcosa di più su Dio». Il tema centrale del film, così, può riassumersi in questa domanda: crediamo di conoscere noi stessi, ma cosa sappiamo di Dio? Peccato solo – di fronte a tanta profondità tematica – che il film dal punto di vista tecnico sia rudimentale più ancora che artigianale: non possiede insomma la potenza visiva e drammatica di un documentario mainstream, né per questo sarebbe pensabile poterlo spendere in ambiti (anche educativi) con la stessa sicurezza con cui si possono maneggiare altri prodotti cinematografici più robusti. Nato per la televisione, probabilmente la sua sede ideale è il piccolo schermo, dove – crediamo – uno spettatore alla ricerca non di un’esperienza estetica quanto di un approfondimento teologico semplice e accessibile  resterà comunque soddisfatto.

Raffaele Chiarulli