Digger di Alejandro González Iñárritu è ​​un’accozzaglia molto rumorosa di persone dal debordante talento, impegnate probabilmente nel lavoro più bizzarro della loro carriera. Affronta certamente molti temi, come la vita, l’universo e il pianeta che abitiamo, anche se si potrebbe essere indotti a pensare che il film sia una farsa grottesca, in stile Dottor Stranamore, su un miliardario che provoca il collasso ambientale globale.

Nei panni dello spietato personaggio Digger Rockwell, Tom Cruise (rifatto con protesi varie dalla testa ai piedi), adotta un accento stridulo, si pavoneggia in continuazione ed è ovviamente l’opposto di una brava persona. Vive una vita isolata con la sorella (Sandra Hüller) in una tenuta esagerata da cui manovra le sue varie attività criminali; il suo unico vero amore è un gatto malaticcio (interpretato da un pupazzo animatronico) che necessita di cure veterinarie quotidiane per evitare che si vomiti anche le viscere. Quando si tratta di altre persone, il nostro malvagio protagonista (un po’ in stile Elon Musk) crede che la cosa migliore sia ignorarle, umiliarle o entrambe le cose. Una chiamata da un dipendente, che supervisiona una delle piattaforme petrolifere di Digger in Groenlandia e che cerca inutilmente di avvisarlo di un possibile disastro, ne è la dimostrazione, finché la piattaforma esplode e un iceberg grande come una città si stacca e si riversa nell’oceano con enormi e disastrose conseguenze.

E questo è l’inizio di una collettiva agitazione urlata, un frastuono che diventa presto assordante. John Goodman, in particolare, nei panni del debole di mente ma dalla voce possente Presidente degli Stati Uniti, si lancia in invettive degne di un Re Lear in punto di morte. Un cambiamento strutturale, innescato dalla gag visiva di un albero che cade sulla proprietà di Digger senza fare rumore svela un primo colpo di scena di cui – ovviamente – taceremo. La trama della catastrofe mondiale procede all’ombra di questa rivelazione. Robert John Burke, che interpreta il comandante militare Fitzgerald, esagera ogni gesto, incarnando in modo spavaldo e virile l’etica americana del “prima spara, poi fai domande”. Riz Ahmed è un consulente che vede quel che si prospetta e si butta nell’alcool. Le scenografie altamente stilizzate sono spesso accattivanti, le scenografie che i personaggi esageratamente teatrali popolano, sono fotografate dal famoso direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, con una tavolozza di colori spenti e un obiettivo grandangolo che volutamente distorce i lineamenti di tutti. 

Digger, più che un presunto grido di dolore di González Iñárritu contro i padroni che si appropriano di ricchezze e risorse, è innanzitutto una spudorata esibizione dell’ego di Tom Cruise. L’attore urla, si pavoneggia, si atteggia. Sputa commenti velenosi a chiunque gli capiti a tiro, in particolare durante un monologo predicatorio sulla dipendenza dell’umanità dai combustibili fossili. E, naturalmente, fedele sia a Digger che all’uomo che lo interpreta, il problema sono tutti tranne lui. Ma scegliendo di rendere grottesco ed esagerato anche il presunto messaggio del film, quel che vediamo è un enorme e inquietante specchio puntato su di noi: quanto di questo frastuono ci riguarda? 

Beppe Musicco

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