Intenso biopic firmato da Steven Soderbergh, regista versatile, capace di passare dalla direzione di filmoni hollywoodiani (come Ocean's Eleven e sequel) a prodotti indipendenti e low budget (Bubble), a puro cinema di serie B (Knockout) a veri e propri film d'autore (Traffic, per chi scrive il suo film più riuscito). È un autore assai prolifico (37 opere in 30 anni di attività, tra lungometraggi, documentari e lavori per la televisione), dallo stile non sempre riconoscibile ma quasi sempre abile nel lavorare su attori, messinscena, tensione narrativa. Così non sorprende che questo piccolo lavoro per la tv (la HBO americana) abbia avuto un certo successo critico – il film era in concorso al Festival di Cannes 2013 – e sia finito sul grande schermo. Biopic rigoroso e ben curato, con una bella ricostruzione d'epoca vintage, costumi, musiche e atmosfere anni 70, il film rievoca parte della vita del grande Liberace, pianista, compositore, attore e presentatore televisivo nell'America degli anni 70. Soderbergh, contando soprattutto sull'interpretazione riuscita di Michael Douglas, cerca di mettere in luce il personaggio da più angolazioni: innanzitutto, il personaggio pubblico con tutto ciò che ne consegue. Genio artistico ma anche il difficile rapporto con il pubblico e in generale con un mondo, come quello dello spettacolo, che idolatra e al tempo stesso crocifigge al minimo errore. D'altro canto il regista di Erin Brockovich, lavorando come sempre bene sugli attori (Matt Damon, nei panni di Scott Torson, l'amante segreto di Liberace è assolutamente in parte) cerca di fare chiarezza sul privato del grande intrattenitore evitando facili scandali ed evidenziando soprattutto la fragilità di un uomo che con pochi accordi sapeva ipnotizzare platee infinite ma che nella vita privata si barcamenava tristemente tra un amante e l'altro, vittima di un ego spropositato e dispotico. In questo senso la sceneggiatura di Richard LaGravenese, che trae spunto dalle memorie dello stesso Torson, lavora sul melodramma puro, genere che ben conosce e su cui ha fatto benissimo in passato (LaGravenese è lo sceneggiatore de L'uomo che sussurrava ai cavalli e soprattutto I ponti di Madison County). Senza mai cadere nel morboso o nella volgarità e tutto sommato, nemmeno insistendo troppo sull'omosessualità nascosta di Liberace che per tutta la sua vita negò e con forza di aver intrattenuto rapporti con Thorson e altri, Soderbegh e il suo sceneggiatore centrano l'obiettivo sulla grande contraddizione del protagonista, stretto tra un affetto sincero per Thorson, la conferma spasmodica del successo che passava anche attraverso una vera e propria lotta contro la vecchiaia incipiente e la noia e, quasi, il rigetto nei confronti di uno showbusiness più falso e kitsch dei costumi di scena usati per gli spettacoli. Pessimista e tragico nonostante l'apparente happy end, Dietro i candelabri racconta pur tra qualche incertezza e semplificazione televisiva, riconducibili ai personaggi secondari (non pienamente delineati), non l'omosessualità in sé o la difficoltà negli anni 70 a fare outing, ma la tragica inconciliabilità tra un'immagine pubblica che quotidianamente va allenata, ripulita e ricostruita e quella personale e privata, fatta di bisogni e debolezze che spesso finiscono in secondo piano; piccoli dettagli di un enorme ingranaggio come quello dello spettacolo che per costruire degli idoli finisce per distruggere l'uomo che ci sta dietro.,Simone Fortunato,