"Diario di uno scandalo" ha parecchie frecce nel proprio arco. Una sceneggiatura piuttosto solida (di Patrick Marber, già autore dello script per Closer di Mike Nichols), due attrici formidabili e ben amalgamate tra loro, una regia che sa valorizzare la componente letteraria e sa ben maneggiare il registro mélò. Richard Eyre è un autore teatrale e ha sempre lavorato bene con le donne, sin da "Iris" (2001), il melodramma a tinte forti con protagonista una splendida Kate Winslet. In "Diario di uno scandalo" Eyre centra un problema vero, anche se non lo risolve: quello dell’educazione in famiglia e a scuola in un sobborgo londinese. Meglio ancora, ne mostra l’assenza o l’insufficienza di un’educazione fatta di sole regole e nessuna ragione. Da un lato, infatti, una professoressa vicina alla pensione disincantata e cinica nel rapporto con gli alunni (“Il nostro lavoro è quello di dirigere il traffico”, sentenzia a un certo punto una cruda Jundi Dench); dall’altro una supplente di arte, con gravi fragilità alle spalle, che scimmiotta i ragazzi nell’abito e nell’atteggiamento per compiacerli e farseli amici. Finirà come si può immaginare. Ma non è finita qui: anche la famiglia, per come viene rappresentata, è un disastro con adolescenti senza guida e padri senza ragioni e nerbo da vendere. Insomma, c’è poco da stare allegri di fronte a un film realistico e disturbante. E forse lo scandalo non sta tanto nella vicenda torbida, a dire il vero anche un po’ troppo morbosa delle due protagoniste, ma nella concezione di amore che il film propone, e di mostrando tutti i limiti senza però proporre alternative reali. L’amore come possesso egoista che distrugge e soffoca (il rapporto asfissiante tra le due interpreti) e l’amore paternalista nei confronti del figlio della giovane prof., un ragazzo affetto da sindrome di Down guardato con sola, disperante pietà. ,Simone Fortunato