Thriller non disprezzabile ma troppo diseguale. Prodotto da M. Night Shyamalan che ha affidato a Brian Nelson, lo sceneggiatore di 30 giorni di buio e di Hard Candy, l'adattamento cinematografico di un proprio racconto, ha un buon inizio, anche originale, con la presenza sui titoli di testa di un mondo letteralmente capovolto e in generale una buona dose di suspense e di tensione. Il gioco, piuttosto risaputo, del luogo stretto e buio popolato di personaggi che non si conoscono regge abbastanza anche grazie a un'efficace colonna sonora e nonostante un'escalation della tensione troppo rapida per essere verosimile. Rispetto a Buried (2010, Cortés) ha più ritmo e anche un paio di colpi di scena ben assestati: soprattutto, nonostante l'atmosfera claustrofobica, ha più respiro; anche per i diversi punti di vista sui fatti tragici. Non solo quello dei cinque disgraziati che, come nell'horror Cube (1997, Natali), cominciano a sospettare l'uno dell'altro in un crescendo di tensione, ma anche per la presenza, fuori dall'ascensore degli orrori, di due uomini della sicurezza e di un detective incaricato di risolvere il caso. Fino a metà del pur breve film (80 minuti scarsi) la regia di Dowdle cattura l'attenzione dello spettatore pur centellinando le sequenze cruente, poi, la tensione viene meno un po' per la pretesa di dover sempre giustificare il male (in questo caso non manca il personaggio, assolutamente ovvio, del “superstizioso” ispanico che si cimenta in prove davvero ridicole per dimostrare la vicinanza del diavolo), un po' per una ripetizione altrettanto ovvia della sequenza chiave, in cui l'assassino entra in campo. Lo scioglimento banale dell'intreccio e la spiegazione misticheggiante chiudono male un film che spreca un buono spunto iniziale e anche una certa sicurezza dal punto di vista registico. Ma un buon thriller si riconosce anche, forse soprattutto, dalla scrittura, qui davvero carente. ,Simone Fortunato,