In Denti da squalo Walter è un ragazzino di 13 anni che vive con la madre, dopo la morte del padre. Nella sua inquietudine e nel vagare nell’estate dopo la scuola, si imbatte in una villa splendida con piscina nella quale c’è uno squalo. La villa è custodita da Carlo, un giovane spiantato che vorrebbe entrare in una gang senza avere la stoffa e la cattiveria per riuscirci. I due stringono amicizia, fanno incontri pericolosi, fino a quello con il Corsaro, il boss locale…

Diretto dall’esordiente Davide Gentile e prodotto da Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot), Denti da squalo è un film sul momento difficile che un adolescente affronta dopo la morte del padre cui era legatissimo. Il suo vagabondare per le strade, l’incontro con lo squalo e con Carlo sono l’occasione per mettersi costantemente alla prova, per crescere e per diventare un duro come lo era il padre che in passato era stato un boss violento e temuto. Walter non ha paura di niente e di nessuno, neanche di Tecno, il capo di una gang di ragazzi che imperversa sul litorale romano. Ovviamente la strada intrapresa è quella che lo porterebbe a perdersi e a compromettere il futuro; paradossalmente sarà l’incontro con il Corsaro, che gli affida una missione ardua, a fargli cambiare idea.

Complessivamente Denti da squalo è un buon film di formazione con alcuni elementi di originalità (la presenza dello squalo ad esempio) in cui a spiccare è Tiziano Menichelli molto bravo nel ruolo del protagonista Walter, ma si difende bene anche Stefano Rosci in quelli di Carlo; entrambi sono al debutto al cinema. Più sfumata la figura di Virginia Raffaele, nei panni della madre di Walter, che dimostra però di muoversi bene sia in ruoli drammatici come questo che in quelli da commedia come in Tre di troppo.

Il film, giustamente, è incentrato sul percorso di crescita del ragazzo, sull’amicizia tra i due giovani e sul loro percorso di salvezza ma la sceneggiatura, a nostro avviso, avrebbe meritato un maggior approfondimento del rapporto tra Walter e la madre. La stessa cosa si può dire per il tema della paura – della vita, della perdita, del dolore – che viene solo accennato; ed è un peccato. Inoltre, perché indulgere così tanto su una parlata romanesca così stretta e molto dialettale? Questa, però, è una caratteristica di tanto cinema italiano che non troviamo sempre giustificata perché rischia di limitare i film stessi. Da segnalare nel cast la partecipazione di Claudio Santamaria nei panni del padre di Walter, che si immagina di incontrarlo e di dialogare con lui, e quelli di Edoardo Pesce (bravo), in quelli del Corsaro.

Stefano Radice

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