A ogni edizione dei David di Donatello, il massimo premio del cinema italiano, ci si chiede se si può trarre da candidature e premi riflessioni aggiornate sullo stato di salute del nostro cinema. I film in realtà sono frutto di un lavoro di anni, e quindi certe tendenze possono anche essere casuali. Ma in genere qualche spunto lo si può trovare. Quest’anno, peraltro, la 61ª edizione dei David è particolare: ci troviamo di fronte a un’edizione breve, a causa della riforma del meccanismo del premio, che nel giro di pochi anni si è uniformato alla logica “ad anno solare” – prima si andava da primavera a primavera, per far trovare ancora in sala i vincitori dei film che magari uscivano a inizio anno – degli altri premi principali: dagli Oscar ai Cesars francesi ai Bafta inglesi. Quest’anno, quindi, erano in lizza solo film usciti da marzo a dicembre e quindi ci siamo “persi” film della prima parte del 2016, come Perfetti sconosciuti e Lo chiamavano Jeeg Robot (ma anche lo stesso Quo vado?, anche se i film di Gennaro Nunziante e Checco Zalone difficilmente ottengono molte soddisfazioni in questi ambiti). È difficile dunque fare un bilancio da un anno incompleto sullo stato di salute della produzione italiana. Se pensiamo anche che lo scorso anno proprio quei due titoli citati – e molto premiati – contribuirono a dare una sensazione di vivacità e freschezza della nostra produzione.

Oggi invece veniamo da mesi non entusiasmanti. Soprattutto abbiamo avuto un’annata ancora più contratta del solito: se alcuni dei film più candidati sono usciti, stranamente, a primavera (non sempre avviene), tra aprile e maggio quando per non pochi addetti ai lavori – a cominciare dai registi – è già estate, da giugno a settembre non abbiamo avuto alcun film: l’estate vera, si sa, è considerata tabù dal cinema italiano. E da ottobre c’è stata penuria di film interessanti.

Comunque, nelle candidature c’è un buon numero di film, anche se a nostro parere non tutti meritevoli; ma in un’annata debole in qualche categoria è spuntato l’outsider, senza contare certi registi di nome che bene o male riescono sempre a inserirsi, anche quando il loro nuovo film convince meno. I film meglio piazzati erano prevedibili: La pazza gioia di Paolo Virzì (17 candidature), a nostro parere di gran lunga il miglior film italiano dell’anno e capace di mettere d’accordo anche gli spettatori meno inclini a vedere un film diretto da un connazionale; Indivisibili di Edoardo De Angelis (17), storia e immagini forti di due gemelle siamesi che diventano fenomeno da baraccone e galline dalle uova d’oro per i genitori (peccato per qualche crudezza); infine, Veloce come il vento di Matteo Rovere (16), film da noi molto apprezzato che non ha avito un enorme successo ma ha conquistato moltissimi spettatori  con 16 candidature. Marco Bellocchio è un habituè di David e premi vari: il suo Fai bei sogni (10) non è tra i suoi film migliori, ma ci può stare; film simpatico ma poco più è La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu (9), su una compagnia teatrale che si ritrova dopo un naufragio sull’isola-carcere dell’Asinara, a contatto con detenuti pericolosi; riuscito ancora meno è In guerra per amore di Pif (7), e così pure il pretenzioso Le confessioni (5 candidature), mentre è una bella sorpresa il livello di consensi ottenuto da un piccolo film come Fiore di Claudio Giovannesi (tra cui la protagonista Daphne Scoccia). Poi c’è uno sparpagliamento di candidature su altri film. Tra tutti questi, ci sembra significativo solo Mine di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro (categoria regista esordiente ed effetti speciali), prodotto con capitali internazionali. Davvero una delle sorprese dell’anno, in senso assoluto. Insomma, c’era poco da scegliere per quasi i duemila giurati dell’Accademia del Cinema Italiano (tra cui chi scrive, sia detto per trasparenza) e si è operato di conseguenza. Il livello tecnico e artistico è sempre medioalto, ma le storie, la scrittura o la regia non sono state sempre all’altezza. Insomma, un’annata non delle più felici. Ma con alcuni picchi – su tutti il film di Virzì – che non la rendono un fallimento, affatto.

Ci sarebbero anche i film stranieri, in due categorie. Tra gli europei, scandalosa l’assenza di Room (film irlandese), forse considerato troppo “americano”. Tra Florence, Io, Daniel Blake, Julieta, Truman e Sing Street facciamo il tifo per quest’ultimo, ma sarà dura. Tra i non europei, in lizza Animali notturni, Captain Fantastic, Lion, Paterson e Sully. Il primo e l’ultimo della cinquina ci sembrano i migliori.

Infine, qualche curiosità: tra le candidature delle attrici, La pazza gioia inserisce in cinquina entrambe le sue protagoniste, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti; l’altro film più accreditato tra i rivali vede anch’esse nominate le due protagoniste, le gemelle Angela e Marianna Fontana, ma insieme come se fossero un attore unico. Tra gli attori, Valerio Mastandrea è candidato sia come miglior attore protagonista per  Fai bei sogni che come non protagonista per Fiore. Capitò un’altra volta, e portò a casa entrambe le statuette. Non riaccadrà, ma per un’artista che spesso fa anche il produttore di opere indipendenti (è proprio il caso di Fiore, e un anno fa di Non essere cattivo), ci sembra il giusto riconoscimento per uno dei pochi artisti a tutto tondo del nostro cinema.

Antonio Autieri