Nel Messico della metà anni Venti, il presidente massone Plutarco Elias Calles riprende le leggi anticristiane fatte promulgare un decennio prima ma fino a quel momento ancora non applicate. Ne consegue una persecuzione crescente, con sacerdoti stranieri espulsi, liturgie vietate, ostilità verso il clero e i fedeli. Quando i cristiani si organizzano per un boicottaggio economico pacifico, la repressione diventa ancora più dura e violenta: fucilazioni, impiccagioni, stragi nelle chiese. Come difendersi da tale violenza? È lecito prendere le armi contro un Potere così dispotico? Per difendersi, e contrattaccare, la Lega dei cristiani si affiderà al generale (non credente, o almeno molto dubbioso) Gorostieta, eroe carismatico di due guerre e grande stratega; che supera i dubbi non solo per il cospicuo ingaggio, ma anche perché crede fermamente nella libertà religiosa; e in fondo anche in omaggio alla fede di sua moglie. Che gli dirà: «Forse combattendo, ci crederai anche tu».

Questo film prodotto in Messico con l’obiettivo di riaprire una pagina storica dolorosa ma al tempo stesso dimenticata (e poco conosciuta fuori dal paese centramericano) fu un paio di anni fa un grande successo in patria. Più difficile la sua circolazione internazionale. Arriva in Italia a fine 2014, grazie a una distribuzione – Dominus Production – che ha preso a cuore la vicenda storica e di testimonianza di fede cristiana di un intero popolo per espliciti intenti apologetici. I meriti storici sono indubbi, anche se lascia qualche perplessità la scelta della spettacolarizzazione ai danni di un maggior approfondimento.,Ma apologetica e arte non sempre vanno di pari passo; e così la qualità strettamente cinematografica del film lascia a desiderare. La lunghezza del film sfilaccia il racconto, l’estetica e la fotografia ricordano spesso – soprattutto nei momenti “leggeri”, come i quadretti familiari del generale con la moglie – le soap sudamericane; e anche dialoghi e recitazione non sono sempre di gran livello. Ci sono attori di gran nome nel cast, ma non sempre ben diretti: dallo scomparso Peter O’Toole a Andy Garcia, passando per Eva Longoria e Catalina Sandino Moreno. I momenti migliori sono riservati a Oscar Isaac, che interpreta un “cane sciolto” dell’esercito irregolare poco incline a obbedire a capi che lui non riconosce come tali, e allo stesso Garcia quando il suo personaggio del generale Gorostieta è ancora scettico e attirato solo dalla “paga”; perché la sua conversione è piuttosto brusca.

Non si discute la sincerità delle intenzioni e anche il valore di quanto si racconta: non si può non rimanere impressionati dal sacrificio di tanti cristiani in nome della loro fede. Per esempio, la scena ,dal ragazzino che vede l’anziano sacerdote morire poco dopo avergli detto «che uomo sei se non rimani fedele a ciò in cui credi? Non c’è gloria maggiore di dare la vita per Cristo». Ma il cinema è un mezzo espressivo delicato, in cui una battuta non ben pronunciata, una scena insistita, una musica troppo melensa possono risultare commoventi per alcuni, ma stucchevoli e retoriche per altri. Non a caso alla regia c’è un esordiente, per quanto già esperto della macchina cinematografica, come l’hollywoodiano Dean Wright – perché non un regista messicano, più vicino come sensibilità a quei fatti? – che si è distinto finora come responsabile degli effetti speciali di kolossal come Titanic, Il signore degli anelli, Le cronache di Narnia. Ed “effettistica” ma poco talentuosa, anzi a tratti piatta e molto povera visivamente, ci sembra la sua regia.

Spunti interessanti, e anche attuali, ce ne sono parecchi: dalla violenza che – ahinoi – non ha cessato di perseguitare i cristiani nei decenni successivi agli eventi, in ogni parte del mondo, al “realismo politico” dell’ambasciatore Usa che si acconcia con il presidente messicano (vendendo armi in cambio del petrolio negato fino a quel momento). E guardiamo con rispetto a chi esce edificato da storie di questo genere. Ma il grande cinema è altro. E un tema così importante avrebbe avuto bisogno di un grande regista, che non puntasse su scene forti spesso irritanti (su tutte la morte di Josè – ragazzino proclamato beato pochi anni fa – portato al rallentatore sul luogo dell’esecuzione da un sadico aguzzino con tanto di ghigno, davanti ai genitori piangenti) quasi si sentisse il bisogno di calcare la mano per far “soffrire” di più il pubblico; e anche di una sceneggiatura più attenta alla plausibilità di certe situazioni (l’amico che entra ed esce tranquillamente dal carcere dove va a trovare Josè) e ad evitare dialoghi o monologhi pomposi che non fanno un buon servigio alla materia raccontata. Come quando Gorostieta redarguisce il prete combattente: «Vuoi vendicarti? Siamo un esercito che combatte in nome di Dio, della Chiesa e della libertà, ma combatteremo con onore, astuzia e dignità»; il tutto con brutta musica di sottofondo. O anche il discorso dello stesso generale, in cui si mostra per la prima volta “convertito”, ai suoi “soldati” prima della battaglia sembra la brutta copia di quello dell’eroe scozzese William Wallace in Braveheart; un uso della retorica – “strumento” che se usato bene è nobilissimo – apparentemente simile, ma dagli effetti “drammaturgici” completamente diversi., Sono probabilmente annotazioni che non interessano la gran parte dei potenziali spettatori del film, più interessati al valore di testimonianza che alla qualità artistica. Ma se era interessante una produzione che si ispirasse alla semplicità dei grandi film popolari di una volta, non si può non sottolineare che limitarsi a “rifare” pedissequamente il cinema degli anni 50 oggi è anacronistico, oltre che risultare operazione artefatta: ogni epoca ha la sua sensibilità. Soprattutto, c’è il rammarico per un’opera che più facilmente “predica ai convertiti” e difficilmente riesce ad arrivare a chi non ha particolare sensibilità religiosa… Ma i grandi film cristiani (spesso realizzati da registi non credenti o agnostici) riescono a “parlare” con ogni tipo di spettatore. E se la bellezza è lo splendore del vero, un film che non si cura di essere “bello”, nei suoi valori formali, estetici, narrativi, come fa già la cattiva televisione, ci risulta un po’ meno vero.

Antonio Autieri