Deludente film di David Cronenberg, grande regista, dotato di una personalissima cifra stilistica e poetica ravvisabile in quasi tutta la sua opera. Dai primi anni 80 del cult Videodrome fino al recente dittico interpretato da Viggo Mortensen, A History of Violence e La promessa dell’assassino e passando per titoli assai controversi ma affascinanti come La mosca, Inseparabili e Existenz, il regista canadese è sempre stato autore di un cinema urticante, difficile da digerire sia per lo stile iperviolento sia per le tematiche messe in campo: la violenza, il potere, il sesso, la prevaricazione della società sull’individuo, oltre a riflettere con un acume notevole sui meccanismi dello spettacolo. Regista ruvido e difficile, ha sempre amato le grosse sfide. Nel 1991 scrisse e diresse Il pasto nudo dal romanzo omonimo di Burroughs: un film complicato, narrativamente non lineare a cui non mancava però un impianto visivo all’altezza della difficile materia trattata.

Recentemente, le sfide sono state il racconto del rapporto fortemente ambiguo e contraddittorio tra Jung e Freud in A Dangerous Method, storia assai algida ma ricca delle ossessioni care al regista e forse la sfida più grande di tutti, l’adattamento di Cosmopolis dell’autore italoamericano Don DeLillo. Romanzo complesso e profetico, quasi un flusso di coscienza che viene imprigionato dalla pagina scritta, è un’opera quasi impossibile da mettere in scena per immagini. Cronenberg ci prova, mantenendo per gran parte inalterati i dialoghi e imbastendo un racconto claustrofobico (gran parte della vicenda di svolge all’interno della limousine del protagonista) in cui più che le performance degli attori, conta l’azione della parola. In Cosmopolis si parla di tutto e, tenuto conto che il romanzo uscì nel 2003, si rimane colpiti da molte parole profetiche, come tutta la prima parte dedicata alla crisi finanziaria incombente. Con i vari personaggi con cui Robert Pattinson, il debole protagonista, ha a che fare si discute di finanza dipinta in termini apocalittici, dell’ossessione per la salute e in generale per il benessere. Certo, non mancano le ossessioni del cinema di Cronenberg: il sesso e la morte hanno un ruolo importante in un film dominato dalla parola che scorre senza soluzione di continuità e dalla noia che prova l’immobile Pattinson verso tutto ciò che gli sta intorno. Persino nel sesso, consumato senza emozioni con la bellissima Juliette Binoche, o nel rapporto con la giovane moglie il ricco milionario ostenta svogliatezza, disincanto, fastidio. Un fastidio che è una posizione su un mondo circostante che non lascia scelte ma regala solo infelicità. Sta qui forse il fulcro di un film che, come tante altre opere precedenti firmate dal regista canadese, racconta di un individuo in trappola, come ben evidenzia, nell’unico scossone visivo del film, il finale cupo con protagonista un grande Paul Giamatti e una scenografia contorta e inquietante. In trappola, come Mortensen nel dittico sopracitato ma anche il Fassbender/Jung di A Dangerous Method, innamorato di una donna che non può avere e soggiogato dalla convenzioni.

Il problema di Cosmopolis però è che a essere in trappola sono pure gli spettatori, almeno quelli che non conoscono a menadito l’opera di DeLillo: si fatica infatti – davvero tanto – a seguire i 105′ di dialoghi serrati e si prova in molti momenti irritazione per l’autoreferenzialità degli stessi. Come si fa a prendere sul serio una domanda del tipo “Emani odore di sesso?” che la povera moglie indirizza all’inebetito Pattinson? Troppi i momenti morti e le parentesi che vogliono dire poco o nulla. Troppe le cadute nel kitsch che, messe in scena da un regista meno blasonato, avrebbero fatto sghignazzare chiunque: per esempio, la sequenza dell’ispezione anale di Pattinson con relativa – lunghissima, insopportabile – disquisizione sulla prostata asimmetrica è una sciocchezza gratuita e nel contempo una caduta di stile. Non è comunque la cosa peggiore del film: il difetto maggiore sta nel manico, nell’incapacità del regista di rendere materia viva e pulsante una pagina scritta che, ricca di elementi profetici, domande esistenziali ma anche di tanto narcisismo, avrebbe forse meritato un regista magari meno blasonato, sicuramente meno pretenzioso e magari artisticamente un po’ più in forma.

Simone Fortunato