Bruno Salvati (Kim Rossi Stuart) è un regista cinquantenne dal brutto carattere e dalla carriera non proprio brillante. A detta del suo produttore (Ninì Bruschetta) fa film con attori non famosi, che non vuole che piacciano al pubblico, commedie che non fanno neanche ridere.  Non è che a casa vada molto meglio: ha un’ex moglie (Lorenza Indovina) e due figli cui vuole bene, ma con i quali sembra sempre incespicare. Una banale perdita di sangue dal naso che non vuole arrestarsi si rivela sintomo di qualcosa di ben più grave: un tumore del sangue curabile solo con un trapianto di midollo osseo non reperibile tra i familiari.

Francesco Bruni, già sceneggiatore del Montalbano televisivo, di molti dei film di Paolo Virzì e regista di bei film come Scialla!, Noi 4 e Tutto quello che vuoi, decide di partire dalla sua storia personale (pur molto stravolta cinematograficamente, come sempre nei suoi film), di chi è passato attraverso le pene della chemio e salvato grazie a un trapianto di midollo. Bruno Salvati (non sfugge l’assonanza con “Bruni salvato”) è rappresentato con tutti i suoi limiti e attraverso flashback che lo riportano alla sua infanzia, al rapporto problematico col padre, alla tenerezza della madre che gli appare durante le fasi più stranianti della chemio.

È un lungo e non facile percorso per ritrovare sé stesso nella malattia che inizia con una lenta e significativa rasatura della testa sulle note di “Perfect Day” di Lou Reed, con scoperte sorprendenti (la possibilità di un trapianto da un parente che non si pensava di avere) e piccoli gesti quotidiani che esprimono bene il significato della parola “cura”: l’apparentemente brusca dottoressa (interpretata da Raffaella Lebboroni, moglie del regista), capace invece di farsi carico di pazienti spesso poco pazienti, la presenza della figlia (Fotinì Peluso), che rivela un carattere molto differente da quel che il padre pensava avesse, fino all’infermiere (Nicola Nocella), una presenza costante e non priva di spirito. La scelta felice del cast (su tutti Kim Rossi Stuart – anche cosceneggiatore – in una delle sue migliori prove, ma anche un grande del teatro italiano come Giuseppe Pambieri) e delle ambientazioni (l’ospedale, gli splendidi esterni a Livorno nello snodo determinante della storia) rendono la storia credibile e spingono lo spettatore a un’empatia tutt’altro che sentimentale, grazie anche ai momenti nei quali il sorriso ha la capacità di insinuarsi anche nel dramma.

Da ultimo, la scelta di uscire al cinema in un momento nel quale tutto sembra cospirare contro: Bruni nel film giustamente ironizza su chi si riduce a guardare i film sullo smartphone e Cosa sarà (il cui titolo originale sarebbe dovuto essere originariamente “Andrà tutto bene”, espressione ormai inflazionata), dopo una lunga attesa in panchina durante il lockdown, esce in un periodo che ancora minaccia tempesta sulle sale cinematografiche. Un atto di coraggio e di fiducia che merita di essere supportato.

Beppe Musicco