Una giovane donna torna da un viaggio di lavoro a Hong Kong e, prima di tornare da marito e figlio nel Minnesota, si ferma da un vecchio amore: poche ore dopo, appena tornata a casa, viene colpita da una potente influenza. Nello stesso tempo, in altre parti del mondo, altre persone si ammalano e muoiono nel giro di brevissimo tempo. C’è un nuovo e misterioso virus in giro per il pianeta, più potente di aviaria, Sars e suina? Un gruppo di medici che fanno capo, negli Stati Uniti, al Centro di prevenzione e controllo delle malattie, si mettono al lavoro per cercare le cause, il paziente zero da cui tutto è scaturito e le contromisure per fermare un’epidemia che miete migliaia di morti in pochi giorni. E che cresce esponenzialmente. Mentre persone scioccate dagli eventi e dal dolore devono pensare a sopravvivere per le persone care rimaste, quando attorno inizia a dilagare il panico. E un blogger – che aveva intuito dai primi casi che non si trattava di banale influenza – diffonde sulla Rete sospetti di collusione con le industrie farmaceutiche…

Di film sui virus che possono sterminare l’umanità, o gran parte di essa, ne sono stati fatti numerosi negli ultimi vent’anni, dal brutto Virus letale (nonostante un gran cast, su tutti Dustin Hoffmann) al più interessante 28 giorni dopo, senza contare film “apocalittici” dove si vedono gli effetti dopo che la strage ha già svuotato la Terra (come Io sono leggenda). Contagion, diretto da Steven Soderbergh nella versione “da blockbuster” che alterna a film più sperimentali e d’autore, è anch’esso un onesto film di genere, però con qualcosa di più interessante rispetto alla media di prodotti simili: pur con le caratteristiche tipiche del “filmone” hollywoodiano, con grande cast, ritmi da thriller e produzione internazionale in svariate location, ha un taglio di maggior e inquietante realismo (specie nei primi minuti, quando vediamo come il virus si propaghi attraverso piccoli e innocenti gesti), generando vera tensione; impossibile non pensare ai tanti casi di allarmi veri o presunti negli ultimi anni, ed è quasi subdolo l’autore nell’instillare sentimenti d’angoscia. L’obiettivo non è solo “intrattenere” il pubblico, ma far riflettere sull’estrema fragilità del mondo moderno che può essere messo in crisi da un virus che passa da animale ad animale e poi all’uomo, senza contare la paranoia, il panico e la violenza che si possono generare.

Un film apocalittico anche questo? In parte, e certo capace di destabilizzare un po’ spettatori suggestionabili. Ma non c’è solo questo, per fortuna. Cinematograficamente è tra i migliori ultimi film di Soderbergh, che a parte il sottovalutato The Informant! (con Matt Damon, anche qui tra i protagonisti), da un po’ di anni sprecava un po’ il suo talento. Il cast è sontuoso, ma anche ben diretto (non è scontato in certe grosse produzioni): oltre a Damon, Gwyneth Paltrow, Kate Winslet, Lawrence Fishburne, Jude Law, Marion Cotillard, e un’emergente Jennifer Ehle su cui ci sentiamo di scommettere per il futuro. Soprattutto, la scelta di fondo è da narratore di classe: da un lato, Soderbergh rifiuta la classica retorica degli eroi americani che salvano il mondo, rendendo certe pellicole per nulla credibili nel passare da una tragedia imminente a un lieto fine troppo facile; dall’altra mette in luce una serie di personaggi, umanissimi e quindi appunto “possibili” che mettono in gioco la propria vita (e alcuni la perdono) per salvare altre vite; o che sopportano a schiena dritta segreti che potrebbero schiantare (il tradimento della moglie, scoperto per caso dal marito che ne sta piangendo la morte) per andare avanti nonostante il dolore. Il tutto, appunto, senza retorica; anzi, con un velo di amara tristezza, perché si intravvede che per alcuni non ci sarà via di uscita. Ma facendo emergere che anche nella situazione più grave è possibile fare una scelta umana, mentre tutto il mondo sceglie la follia.

Antonio Autieri