Un ricco magnate dell’industria farmaceutica denuncia a due investigatori privati (perché non vuole l’FBI? Cos’ha da nascondere?) la scomparsa della giovane fidanzata; qualcuno minaccia di ucciderla se lui non pagherà un ricco riscatto. Intanto un giovane avvocato, in crisi insieme alla moglie dopo la morte del bambino che aspettavano, ritrova casualmente una vecchia fiamma, che cerca di sedurlo – lui è tentato, poi resiste – e al contempo gli fornisce prove su crimini compiuti dal suo ricco e anziano fidanzato industriale (sperimentazioni su medicinali che hanno causato molte vittime), che lei vorrebbe lasciare ma che la minaccia di fronte a tale evenienza. L’avvocato, ambizioso, vede nel caso l’occasione della vita e cerca l’aiuto del capo del suo grande studio legale, che da anni cerca di incastrare il potente boss. Ma non è che l’ex fidanzata – che minaccia di spifferare alla moglie dell’avvocato la loro mezza tresca – fa il doppio gioco? E chi è quella persona, dai tratti somatici asiatici, che minaccia lui e sua moglie?

Giallo che all’inizio pare intrigante, Conspiracy – La cospirazione (titolo originale Misconduct) si perde poi via via in un intrigo di situazioni eccessive o poco credibili (la fuga dalla polizia, per esempio: improbabile e anche un po’ ridicola). Ci sono inizialmente alcuni dialoghi e personaggi che sembrano interessanti, ma sono solo specchietti per allodole, stranezze, eccentricità in un legal thriller che farebbe molto bene a perseguire la via della solida “classicità”. Invece Shintaro Shimosawa annacqua il tutto, non costruendo coerenza a personaggi e situazioni, ma puntando a stupire con colpi di scena, cambi di prospettiva, false piste. Lo slogan “niente è come sembra” ha fatto numerosi danni ai film di genere degli ultimi decenni. Qui, in particolare, diventa il pretesto per spiazzare continuamente lo spettatore senza però aggiungere un po’ di pepe e di interesse. Il notevole cast non risolleva il tutto, anzi: se Josh Duhamel è un giovane protagonista che si impegna ma che è da rivedere in altre prove, le giovani donne del film Alice Eve (la moglie dell’avvocato, un personaggio veramente “scritto male”), Malin Akerman e anche l’investigatrice Julia Stiles hanno personaggi piatti o sopra le righe. Mentre i mostri sacri Anthony Hopkins e Al Pacino acuiscono il disagio, che dura da anni, per come stanno gestendo la propria carriera in età avanzata. E alla fine non ne escono affatto bene, soprattutto Pacino: in una sfilza e accumulo di finali uno peggio dell’altro, ha in dote uno di quelli meno convincenti, . Mai però come l’ultimo, con colpo di scena che lascia a dir poco perplessi.

Antonio Autieri