Dopo una lunga stagione di premi che ha visto un certo equilibrio, con prevalenza di un testa a testa tra Boyhood e Birdman – e a volte l’inserimento del terzo incomodo Grand Budapest Hotel – è stato l’uccello mascherato di Alejandro Gonzales Iñarritu a trionfare nella Notte degli Oscar con 4 premi (miglior film, miglior regia, miglior fotografia e sceneggiatura originale). Per chi scrive, una vittoria strameritata. In un’annata dove prevalevano biografie e storie vere, un film – al pari dell’Hotel di Wes Anderson – dove la fantasia, l’estro creativo, perfino l’artificio registico ma anche tanta classe interpretativa la fanno da padroni: secondo una delle varie possibile letture semplificate che circolano sempre dopo un premio, dopo che per mesi si era sostenuto che Hollywood puntava su realtà e verità ora ha cambiato idea? Di nuovo, la fantasia al potere? Solo semplificazioni, anche banali, come tante altre. La verità è che gli americani, e i votanti degli Oscar pure, ragionano in modo abbastanza lineare, anche semplice; ma non banale. E su una platea di oltre 6000 votanti non si possono certo mettere d’accordo (caso mai farsi influenzare da tendenze e massicce campagne marketing). Ma al netto di tutto ciò, spesso vince semplicemente il miglior film: eBirdman lo era, punto. Non sempre succede, ma spesso sì. Anzi, se prendiamo le ultime edizioni (ovviamente sono giudizi decisamente soggettivi), di scandali ne vediamo pochi – meritatissimi nell’ordine Il discorso del re, The Artist e Argo, meno convincente un anno fa la vittoria di 12 anni schiavo contro il ben più incisivo Gravity – se teniamo a mente certe “linee guida“. Per esempio, è da parecchio tempo che il “filmone” hollywoodiano o anglosassone fatica a essere vincitore del premio principale, quello per il miglior film (come poteva essere in un ormai lontano passato: da Ben Hur, che polverizzò il delizioso A qualcuno piace caldo, a Gandhi, da Lawrence d’Arabia, con tutte le sue particolarità, L’ultimo imperatore). Salvo poche eccezioni: negli ultimi vent’anni, solo l’epocale Titanic di James Cameron (e sarebbe stato uno scandalo, non solo per la qualità del film ma per il suo valore di pietra miliare produttiva) e la terza parte del<i(ma dopo essere stato snobbate le prime due). Lo stesso Cameron fu invece sorprendentemente sconfitto, con Avatar, da The Hurt Locker. E per il resto prevale un taglio più “piccolo”, intimo, oppure spregiudicato, a volte indipendente. Se vogliamo trovare uno spartiacque ci fu, esattamente venti anni fa, la vittoria di Forrest Gump contro Pulp Fiction: due grandissimi, diversissimi film. Magari oggi gli esiti sarebbero invertiti, o forse no. Certo che quella era ancora la stagione del grande film prodotto da una major, nel cuore dello studio system, che vince facile sulla produzione indipendente che sfida Hollywood. Oggi non sarebbe, quanto meno, così facile. E infatti, pur vincendo 8 statuette tra Birdman e Grand Budapest Hotel, la major 20th Century Fox li ha prodotti con il suo brand di qualità Searchlight, molto simile ai suoi rivali “indipendenti”; mentre arrivano sconfitte con le produzioni maggiori, come appunto fu Avatar. Per questo, era fiato sprecato lamentarsi per le poche nomination a Interstellar o, adesso, per un solo premio tecnico ad American Sniper. Eastwood a quasi 85 anni ha realizzato il maggior successo commerciale della sua carriera (in tutto il mondo incassi record) e i suoi Oscar li ha già vinti con Gli spietati (giù più vicino alla tipologia “filmone”, e infatti si parla di quasi 25 anni fa, e peraltro con un gran tasso di malinconia e antiretoricità) e con Million Dollar Baby che è perfettamente in linea con la nuova era che dura ormai da parecchio. Ma al tempo stesso, a Hollywood non si esagera certo con intellettualismi alla europea e furori ideologici che fanno sempre preferire il “piccolo è bello” al bello in assoluto. Era quindi un’enorme sorpresa il successo crescente nella stagione dei premi e poi alle nomination del piccolo, spericolato esperimento produttivo e artistico diBoyhood (un film girato in 12 anni, pochi giorni all’anno, per registrare senza trucchi la crescita del giovane protagonista e l’evoluzione delle persone attorno a lui: la vita vera senza artifici, o la sua illusione: è sempre cinema). Ma alla fine, nella Notte più importante, è arrivato un solo premio per la non protagonista Patricia Arquette (non la più credibile del cast, ma ci poteva stare in un’annata non ricca in quella categoria). È sorprendente il successo di un altro piccolo film, Whiplash, con tre Oscar anche di una certa importanza (non protagonista a J.K. Simmons e poi montaggio e sonoro) ma ci si ferma lì. I veri film “da Oscar” nella accezione degli ultimi anni, su cui certamente mancava un titolo capace di piacere a tutti o quasi come i recenti vincitori citati prima (mai come quest’anno le tifoserie, anche in Italia, erano divise tra tutti gli 8 film candidati al miglior film), sembravano Birdman e Grand Budapest Hotel sul versante “fantasioso” e le storie vere e biografiche di The Imitation Game, La teoria del tutto, Selma… Con American Sniper apparentato a questa categoria, ma troppo “over size” per entrare nei cuori della Academy di questi anni. E ancheUnbroken, per mesi apparso papabile ma che però non è arrivato alla nomination.

Ma al di là di categorie, filoni e generi, agli Oscar si tenta sempre di premiare il migliore (in tutte le categorie; anche tra gli stranieri, come un anno fa si puntò per questo e non per altro su La grande bellezza), senza retro pensieri da festival europei per cui il migliore, se “ricco”, deve cedere il posto al “piccolo e sfortunato” bisognoso di spinta e promozione. Succede da troppi anni: così a Venezia Birdman, che aveva messo d’accordo tutti o quasi, non ha beccato nemmeno un premietto, e a vincere è stato un altro volatile molto meno entusiasmante, il cinico film svedese Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza.

Alla fine, anche questa volta, al Dolby Theatre di Los Angeles c’è stata giustizia: Birdman aveva comunque qualcosa in più di tutti gli altri in gara, e in assoluto nell’annata (che, ci ripetiamo ancora, magari non è stata eccezionale o comunque non aveva il capolavoro in grado di mettere d’accordo un’ampia platea: Il discorso del re ci sembra l’esempio più calzante). E non per un rigurgito di fantasia contro la realtà, ma per un uso abile della spettacolarità – è “cinema-cinema”, anche se parla di teatro, che avvince e non annoia mai – e di tutti i mezzi che la tecnica permette, trucchi compresi, per andare a scandagliare la profondità dell’animo umano tra i corridoi e i camerini pervasi dall’isteria del gruppo di attori descritti. C’è più verità in quel teatro che nelle “storie vere”, toccanti ma prevedibili e un po’ piatte, che andavano quest’anno per la maggiore e che si segnalavano soprattutto per gli interpreti: La teoria del tutto che ha portato a vincere il bravo Eddie Redmayne (nei panni del fisico Sthephen Hawking) su tutti.

Ecco, sui premi agli attori abbiamo trovato poco azzardo e molta vecchia maniera: la malattia fa ancora grande presa; oltre a Redmayne – cui avremmo preferito Micheal Keaton (Birdman), o in seconda battuta Benedict Cumberbatch (The Imitation Game) – la malata di Alzheimer di Julianne Moore (Still Alice), che lo meritava ancor di più altre volte. Soprattutto, un vero peccato che un grande film sugli attori, con un cast di interpreti strepitoso, non abbia portato nessuno di loro alla statuetta. In particolare Edward Norton lo meritava tra i non protagonisti (anche se J.K.Simmons non lo ha rubato) e ancor di più Micheal Keaton che con Birdman ha realizzato la prova di una vita. Non solo per la scontata vicinanza del suo personaggio al Batman che fu per Tim Burton negli anni 90. Quanto per l’aver preso fisicamente su di sé tic, nevrosi, angosce del personaggio e averle mostrate impudicamente. C’è più umanità, classe, sapienza recitativa in ogni sua singola scena che nel giovane, e pur talentuoso, rivale premiato. Basterebbe vedere la scena in cui, sul palco, sta per spararsi e trattiene a malapena le lacrime, in una vertiginosa commistione di vero e falso che lasciano a bocca aperta. Ma il suo Birdman, grazie alle vittorie principali, rimarrà nella storia e nella mente: grazie al film di Iñarritu, l’Oscar ha evitato soluzioni poco convincenti e ancora una volta ha saputo volare alto. Proprio come Birdman.

Antonio Autieri