Commedia sull'omosessualità firmata da un trentenne all'esordio, Ivan Silvestrini che porta sul grande schermo la sceneggiatura di Roberto Proia. Il film ha molti problemi a partire: la recitazione enfatica e sin troppo impostata del protagonista, l'acerbo Josafat Vagni, la sceneggiatura schematica, il tono spesso forzosamente leggero. La storia è esile esile: Mattia ha il problema di rivelare la propria omosessualità alla famiglia. È convinto infatti che il padre (Ninni Bruschetta), allenatore di rugby a tempo perso, sciupafemmine conclamato, lo rinneghi; che la madre fragile (Monica Guerritore) possa cadere in depressione; che la sorella (Valentina Correani), incinta del quarto figlio di un meccanico soprannominato Pistone possa avere una crisi di neri. Così, di fronte al fidanzato spagnolo Eduard, in arrivo da Madrid a Roma per conoscere i futuri suoceri, il giovanotto cerca una via d'uscita coinvolgendo l'amica del cuore Stefania (una sprecatissima Valeria Bilello) e un travestito che alterna serate folli in un celebre locale gay della Capitale al lavoro in lavanderia (Francesco Montanari, in un ruolo imbarazzante). ,Storia vista e stravista, raccontata dalla voce fuori campo del protagonista che, tra il serio e il faceto, ripercorre attraverso brevi flashback la scoperta della propria omosessualità fino al colpo di fulmine con il bel ragazzo spagnolo. Silvestrini guarda a certo cinema di Almodóvar (che però usa spesso l'omosessualità per parlare di altro) e più ancora a Ozpetek e a La kryptonite nella borsa di Cotroneo, ma il racconto non brilla per originalità ed è sepolto dai clichè. A partire dal protagonista, il bravo ragazzo della porta accanto, volto pulito, mai una parola fuori posto, al fidanzato caliente e bellissimo e continuando con l'amica del cuore che sbava dietro al nostro eroe o con la famiglia tipicamente made in Italy: la nonna comprensiva e un po' bizzarra (la gag della sua ricerca di un lavoro non funziona per nulla), la sorella inacidita dai troppi figli, la madre svampita e soprattutto il padre-padrone per cui “per le donne ci vuole cazzo e cazzotto”. E ancora il compagno di liceo che tormenta Mattia: etero, ignorante e violento. E, dall'altra parte Francesco Montanari in versione Platinette, comprensivo anche se un po' sopra le righe. In mezzo a così tanti stereotipi, scivoloni nella macchietta (Montanari è spesso involontariamente comico), una battutaccia evitabile sul Family Day e virtuosismi registici da quattro soldi (il gioco della bottiglia visto in soggettiva, ma perché?), Come non detto più che ai capolavori del grande regista spagnolo assomiglia ai film di Ozpetek di cui Silvestrini riprende scolasticamente alcuni elementi, dalla cena ai personaggi bizzarri che affollano la scena. Con un grave difetto: l'incapacità di gestire quello che al regista italoturco riesce meglio, la ricerca di un equilibro tra grottesco e registro ironico. Qui invece il tono è sempre sbagliato: non si prende mai sul serio l'esigenza di Mattia di fare i conti con se stesso e con i genitori semplicemente perché Mattia è lontano dall'essere un personaggio in carne e ossa, essendo invece un concentrato di luoghi comuni dell'essere gay. E invece, con l'eccezione della bella svolta sul finale, Come non detto è l'ennesima occasione goffamente mancata per dire qualcosa di vero sui gay, che vengono invece trattati ancora una volta come esseri bizzarri e diversi piuttosto che come essere umani che amano, soffrono e sbagliano come ha ben raccontato il grande Pedro nei suoi film migliori.,Simone Fortunato