Nel Cile del presidente socialista Salvador Allende, con la minaccia crescente dei militari sostenuti dagli americani, Daniel è un fotografo tedesco che lavora con passione alla causa dei militanti di sinistra che sostengono il governo e temono per la sua sorte. Lena è una connazionale che gira il mondo come hostess della compagna aerea di bandiera Lufthansa. Il loro amore si sviluppa tra un suo viaggio e l’altro, con parecchie pause. Ma quando avviene il cruento colpo di stato del generale Pinochet e iniziano le retate, le fughe e le violenze, Daniel e Lena prima pensano di scappare in Europa; poi lui viene arrestato, e la giovane donna mette da parte il lavoro e si mette alla sua ricerca. Viene a sapere che è detenuto nella famigerata Colonia Dignidad, lontano dalla capitale Santiago (nella parte meridionale del Paese), succursale dei luoghi dell’orrore del regime dove comanda l’inquietante predicatore laico Paul Schafer detto Pius, tra misticismi, religiose succubi o aguzzine e aiutanti più o meno volontari. Lena si finge in «cerca di Dio» per entrare nella setta, pur di salvare Daniel già torturato a lungo e forse ormai ridotto a uno stato di confusione mentale. Non sarà facile portarlo via da quel luogo di detenzione e terrore, men che meno abbandonare il Cile.

Il quarto film del tedesco Florian Gallenberger (il primo distribuito in Italia del regista, che nel 2001 vinse il premio Oscar per il miglior cortometraggio) parte come un film politico – tra i tanti visti sul Cile del dramma di Allende e del sanguinario Pinochet, in genere molto più incisivi – ma si trasforma ben presto in un thriller come tanti, confuso e poco appassionante. E sì che il film si ispirava a fatti realmente accaduti: la Colonia Dignidad esisteva veramente. Entrambe le parti scontano personaggi banali e tagliati con l’accetta: pochi buoni e molti cattivi/cattivissimi, di quelli col ghigno in bella vista, con una prevedibilità di ogni snodo della storia. Difficile che gli interpreti, per quanto di nome, potessero fare molto: e se Daniel Bruhl è appena professionale, solo Emma Watson – giovane attrice sempre più convincente, anche dopo la fine della lunga saga di Harry Potter in cui interpretava Hermione – è all’altezza del suo talento, peraltro qui abbastanza sprecato; Michael Nyqvist, già protagonista della trilogia svedese Millennium, fa invece il sadico santone come da canone codificato, senza sorprendere. L’impressione è di sfruttare il tema e il contesto storico per confezionare un film “di genere” spettacolare. Senza però riuscirvi, perché anche lo “spettacolo” latita: ne viene fuori un giallo modesto e dimenticabile, nonostante gli attori di fama e un finale concitato che sembra voler imitare un film nettamente superiore come Argo.

Antonio Autieri