New York: Holly Golightly (Audrey Hepburn) e Paul Vasrjac (George Peppard) si ritrovano ad abitare nello stesso edificio: Holly ama trascorrere le sue mattinate di fronte al negozio di gioielli Tiffany; Paul è uno scrittore che si fa mantenere da una matura e ricca signora. Fra loro nasce da subito un sentimento di intesa. Finiranno presto con l’innamorarsi.

Tratto dall’omonimo romanzo di Truman Capote, Colazione da Tiffany mostra una New York nel pieno del suo sviluppo economico e culturale alla fine degli anni ’50, ma anche i segni di un deterioramento sociale che sta affermando l’individualismo e la superficialità nelle relazioni come base della società americana. Blake Edwards (Oscar alla carriera nel 2004) ci parla di questa società con un misto di divertimento e malinconia, ironia e critica, attraverso uno stile tipico di molti suoi film. Per descrivere questo, fa ricorso ad una storia semplice, facendo leva sulla capacità interpretativa di due grandi del cinema come George Peppard e Audrey Hepburn (in un momento di grazia per l’attrice che in quegli anni girerà Sciarada,1963, e My Fair Lady, 1964).

Il titolo di per se già racchiude il cuore del film: Tiffany è infatti il luogo che Holly/Hepburn sceglie di frequente per consumare la propria colazione; nonostante il suo carattere apparentemente espansivo, Holly è infatti intimamente spaventata dalle persone, poiché sa che la realtà può essere anche molto crudele. E allora va da Tiffany, dove, dice lei, “…in quel silenzio, quell’aria solenne, non può capitarti niente di brutto. Se io trovassi un posto a questo mondo che mi fa sentire come mi fa sentire Tiffany… comprerei i mobili e darei un nome al gatto”. Già… il gatto. Holly ha un gatto che chiama proprio “gatto”, perché come ancora lei dice “non ho il diritto di dargli un nome, in fondo non ci apparteniamo. È stato un incontro casuale”. Emerge fin da qui il tema centrale: si può appartenere a qualcosa senza che questo diventi una limitazione della libertà? Con grande semplicità, il film prova a navigare in acque impegnative, perché riguardanti le questioni fondamentali dell’uomo: dove può trovare risposta il desiderio che ciascuno ha di felicità, di significato, dove e in cosa può trovare se stesso? In fondo Tiffany cos’è se non un luogo in cui tutto ti fa sentire bene… Holly conduce una vita da “glamour girl” (come verrà definita dalla polizia), in contraddizione con questo desiderio (frequenta feste con gente che non conosce, ha relazioni con uomini che sono “vermi schifosi”…). Quando in questa vita alla moda un giorno entra lo scrittore Paul, nuovo vicino di casa, fra loro nasce da subito un’intesa. Si innamorano. Ma lei non accetta di legarsi a lui (“io non ti appartengo”). Inizia così un braccio di ferro fra i due, fin quasi alla fine, quando sembra che lei l’abbia vinta…

In un film memorabile per capacità di raccontare le persone, i sentimenti, la sfida della libertà e dei legami, indimenticabile tra le tante – oltre al celeberrimo finale sotto la pioggia – la scena di Audrey Hepburn che canta “Moon River” sul davanzale della finestra: con questa canzone Henry Mancini vinse l’Oscar per la migliore colonna sonora.

Cristiano Fieramonti