Coco è la bisnonna del protagonista Miguel: siamo in Messico, nei giorni della festa dei Morti (il Día de Muertos), e tutte le famiglie espongono le foto dei loro cari in zone di casa che sembrano altari privati. Alla sommità, una foto strappata: si vede Coco, oggi centenaria e all’epoca bambina, insieme alla madre mentre del padre si intravede solo la figura; ma il volto è stato rimosso, strappato appunto, da quando abbandonò la famiglia per far fortuna con la musica per non tornare mai più. Per questo la musica è bandita dalla famiglia Rivera, che si è dedicata da allora a creare scarpe: ma Miguel non vuol seguire la tradizione, e invece che il calzolaio vorrebbe proprio diventare musicista. Sente la musica scorrergli nelle vene: quando scoprirà che il suo trisavolo è niente meno che il grande Ernesto de la Cruz, diventato famosissimo, il suo desiderio si accresce. E quando, fuggendo di casa, si ritroverà per circostanze incredibili nel regno dei morti – conoscendo così tutti i suoi parenti che vedeva in fotografia, e che si accingono ad attraversare il ponte dei fiori che per un giorno all’anno mette in comunicazione i due mondi – avrà la possibilità di andare a cercarlo. Lo potrà aiutare forse Hector, che nessuno ricorda più da morto perché nella sua famiglia nessuno più espone la sua foto?

Sfida ambiziosa, quella di Coco, nuovo film Disney-Pixar. Che però, per gli standard cui ci ha abituato la factory di John Lasseter (ormai controllata dalla casa di Topolino), ha più l’impronta Disney che Pixar. Ci sono molti colori e musiche, come in Frozen o in Oceania, e un tocco di magia come, ancora, in Oceania. Grande successo negli Stati Uniti, forse anche a causa della crescente ispanizzazione di molti stati (a cominciare proprio dalla California hollywoodiana), Coco è un film forse più difficile da digerire in Europa. La famiglia è centrale ed è giustamente esaltata, così come le tradizioni e il culto degli antenati, ma la modalità di racconto non convince del tutto. La prima parte è abbastanza canonica, e vede il classico bambino/talento incompreso da genitori e soprattutto da un’affettuosa ma irascibile nonna che rimangono chiusi nei loro pregiudizi. Poi la storia si anima parecchio, ma un po’ ricalcando situazioni e “sentimenti” già utilizzati in altri film; e se è bello il tema del ricordo e della devozione per i propri cari, la visione dell’al di là identica all’al di qua – aspetto scheletrico a parte, che può forse impressionare i più piccoli – banalizza non poco. Vedere palazzi, feste, esibizioni e concerti con tanto di diretta televisiva lascia parecchio perplessi.

Nella parte finale – chi non ha ancora visto il film si fermi pure qui per non sciuparsi la sorpresa – Coco ha sicuramente i suoi tocchi migliori: se il colpo di scena, con il cattivo che non ci si aspetta, è troppo simile a quanto si vede in uno dei più bei film di animazione di sempre (ovvero Up) la rivelazione che riguarda Hector e la sua bambina porta i momenti più belli della storia (commuoversi non è vietato). Che però rimane più edificante che ben raccontata, con fuochi d’artificio a effetto che sostituiscono i guizzi di sceneggiature e le sfumature dell’animo umano di tanti film Pixar. E con una patina di sentimentalismo, dolce e tutto sommato gradevole, che si ferma solo in superficie. Con il risultato paradossale che di questo discreto film sul ricordo e sulla memoria, passateci la battuta,  difficilmente ci ricorderemo in futuro.

Antonio Autieri