1849: di ritorno da un viaggio d’affari su un’isola del Pacifico, un avvocato idealista (Jim Sturgess) offre protezione a uno schiavo clandestino che saprà ricambiare tanta generosità. 1936: spiantato ma di talento, un giovane compositore (Ben Whishaw) offre i suoi servigi a un vecchio collega in crisi d’ispirazione, che farà di tutto per oscurarne i meriti e rubargli il capolavoro. 1973: una tosta giornalista di San Francisco (Halle Berry) indaga sulle attività illegali di un industriale del nucleare senza scrupoli (Hugh Grant), che a sua volta le darà filo da torcere. 2012: un editore inglese (Jim Broadbent), in fuga dai creditori, finisce prigioniero in un inquietante ospizio in cui vigono regole da lager nazista. 2144: nella metropoli futuristica di una società distopica, una ragazza-clone progettata in laboratorio (Doona Bae) scopre di avere un’anima e si unisce ai ribelli che guidano la rivolta contro l’oppressore. 2321, medioevo prossimo venturo: un rozzo capraio (Tom Hanks), già impegnato nel difendere la sua gente da una sanguinaria tribù rivale, non sa se fidarsi di una bella scienziata che forse ha la chiave della salvezza dell’universo. ,Ambizioso adattamento del fluviale romanzo L’atlante delle nuvole dello scrittore inglese David Mitchell, non è un film a episodi, ma un complesso e labirintico tessuto narrativo in cui le linee temporali s’intersecano, verrebbe da dire, in “convergenze parallele”. Come suggerisce un dialogo del film, è il racconto di alcune anime che trasmigrano da un corpo all’altro attraverso i secoli. Così un amore perduto può ricomporsi, in qualche modo, dopo secoli e un gesto di civiltà può convertire gli abitanti di un’altra epoca che ne conservano il ricordo. Così, almeno, si legge nelle note di produzione del film, che in realtà fa della mescolanza delle carte una ragion d’essere e non aiuta lo spettatore spaesato da una struttura narrativa che vorrebbe essere audace ma di fatto è solo confusa (verrebbe da dire che bisognerebbe vederlo più volte per capire tutto, ma le tre ore di durata e la fattura scoraggiano l’impresa). Per capirci, le linee narrative sono disarticolate dal montaggio che, per esempio, fa iniziare un’azione in un episodio e la conclude in un altro, ambientato secoli addietro o in avanti). Il filo conduttore dovrebbe essere quello della ribellione alle regole precostituite, una specie di Intolerance (il kolossal di Griffith del 1916) cosmico: nell’episodio ambientato nell’Ottocento si combatte contro il razzismo e lo schiavismo; in quello ambientato nel primo Novecento si difendono le ragioni degli omosessuali (mettendo, con scaltra mossa ideologica, tutto sullo stesso piano); in quello degli anni Settanta si combatte contro le regole del “mercato”, che per profitto accetterebbe un’ecatombe nucleare; nell’episodio ambientato ai giorni nostri si critica l’istituzione delle case di riposo, quando gli anziani vi vengono “rottamati”; gli episodi ambientati nel futuro sono due esercizi di “distopia” abbastanza ovvi, se non fosse che – in maniera smaccata – l’istituzione che si contesta è quella della religione rivelata.,I fratelli Wachowski hanno scritto e diretto tre segmenti (tra cui quello ambientato nel futuro distopico, debitore di Blade Runner, del loro stesso Matrix e, soprattutto, del gioiello misconosciuto 2022: I sopravvissuti, citato letteralmente in un dialogo del film con il titolo originale Soylent Green). Il tedesco Tom Tykwer (regista di Lola corre, Profumo, The International) ha scritto e diretto gli altri tre. L’idea, ripresa dal libro, era di raccontare sei storie che avessero attinenza con un tema centrale attraverso sei stili e generi diversi (avventura, melodramma, fantascienza, poliziesco…). Un’operazione, sulla carta, perfetta per essere divisa tra autori diversi, che di fatto si rivela astrusa e troppo cerebrale e che, nel programmatico scardinamento delle regole drammaturgiche più basilari (le unità aristoteliche, la costruzione di un climax finale…), ignora anche i congegni narrativi di recente e migliore fattura che avrebbero potuto fare da ispirazione per rendere ragione della complessità (su tutti Inception che, con tutti i suoi difetti, rimane una macchina spettacolare d’impatto e coinvolgimento eccezionali). Inutile anche raschiare per forza il fondo del barile per cercare elementi positivi (il clone che scopre di avere un’anima, come in The Island e in Non lasciarmi; l’aver scelto come emblema del desiderio di libertà lo scrittore dissidente russo Aleksandr Solženicyn): in fin dei conti, siamo in presenza di un guazzabuglio intriso di misticismo e filosofie new-age che, come spesso accade in questo tipo di operazioni, si dimostra sottilmente ostile nei confronti del cristianesimo (gli oppressi del 2100 obbediscono a “comandamenti” e a un “catechismo”; viene promessa loro una “ascensione” per conto di un sistema di controllo chiamato “alleluja”, e via così…) e prono nei confronti delle “nuove religioni”. Si suggerisce, infatti, come via privilegiata per cogliere il senso del mondo e il “nesso tra le cose”, una sorta di afflato mistico-spirituale che attraversa i secoli e i corpi, panteisticamente, e che ispira i nobili sentimenti degli esseri umani. È positivo che si affidi alle scelte morali di un singolo individuo la possibilità di generare il bene attraverso il tempo e lo spazio. È scorretto, invece, come il film fa, suggerire che le “rivelazioni” delle religioni altro non sono che creazioni umane di personaggi particolarmente ispirati, che niente hanno a che fare con il divino. Dopo la morte qualcosa c’è, ma è di nuovo la vita. Che pizza!, ,Raffaele Chiarulli