Ottobre 1957, Coalwood, cittadina mineraria del West Virginia. Il cielo notturno è solcato dalla scia luminosa dello Sputnik, il primo satellite, lanciato dai Russi, in orbita attorno alla terra. Per il diciassettenne Homer è come una folgorazione: costruire razzi costituirà il passaporto per sfuggire al destino che lo vorrebbe minatore, come tutti a Coalwood. Il ragazzo non si lascerà bloccare né dall’iniziale ostilità del padre, autoritario sovrintendente della miniera, né dai primi insuccessi: con l’aiuto di tre coetanei e col sostegno della professoressa di chimica e fisica, parteciperà al concorso scientifico indetto per tutte le scuole della nazione…

Il film si ispira ad una storia realmente accaduta, raccolta nel libro di memorie (Rocket Boys, pubblicato da Rizzoli col titolo Cielo d’ottobre) di un ingegnere della NASA, ora in pensione, che ha anche dato la sua consulenza per la riduzione cinematografica: Homer H. Hickam jr., responsabile motori dello Shuttle e addestratore degli astronauti destinati a missioni sulla navicella spaziale (compreso l’italiano Malerba). «La nostra è una storia vera – ha spiegato il regista Joe Johnston – che coinvolge non solo coloro che hanno vissuto realmente quegli anni… Nella sua verità, è la storia della propria realizzazione, valida ieri come oggi. Io non avevo come sogno i razzi, ma l’oceano: era la mia magia. Ma tutti hanno una magia da realizzare. E tutti hanno vissuto un rapporto col padre: nella strada di questa realizzazione, essere accettati da lui, avere la sua approvazione. Sogno e approvazione sono i due temi universali trattati da Cielo d’ottobre».

Se la trattazione può sembrare talvolta semplicistica e ottimistica (credere fermamente nei propri ideali permette sempre e necessariamente di superare qualsiasi ostacolo), anche se c’è da sottolineare come il film sia appunto il racconto di una storia; non l’ideologica messa in scena a tavolino dei valori americani. Non solo: il film mette in risalto l’importanza di uno sguardo di stima dell’adulto (l’insegnante miss Riley) per la formazione della personalità del ragazzo e per l’identificazione consapevole di un proprio cammino personale. In molte circostanze nel film si sottolinea che credere fermamente in un grande ideale non solo permette di avere successo, ma anche – e forse soprattutto – di dare il giusto valore alle cose (per Homer avviene con la rivalutazione del “secchione” Quentin, inizialmente contattato solo per le sue conoscenze, e con la scoperta del gusto per lo studio).

Il film si inserisce quindi a pieno titolo nel filone del cinema americano sul sogno da perseguire a tutti costi, superando contrasti e ostacoli: in questo caso l’avversione del padre, burbero e introverso, e l’ambiente della cittadina così chiuso ai richiami esterni. La pazienza, la caparbietà e la fiducia in se stesso e nella bontà delle proprie idee alla fine però trionfano, nella storia di Homer, e ogni contrasto trova la giusta soluzione. Soprattutto, in quel bel film, un figlio può trovare il coraggio di dire a un padre autoritario quello che ha nel cuore fino in fondo, conquistando finalmente la sua stima. E facendogli capire che essere padre significa non imporre a un figlio la propria idea sul suo futuro, ma incoraggiarlo a trovare la propria strada e a percorrerla con coraggio.

Beppe Musicco