Dopo Nico1988 e Miss Marx la regista umbra Susanna Nicchiarelli conclude il suo trittico di film dedicato alle figure femminili con Chiara, racconto dell’incontro tra Santa Chiara e San Francesco e della fondazione dell’ordine delle clarisse. Ci troviamo ai primi anni del 1200, Chiara è una diciottenne di buona famiglia che decide di abbandonare agiatezze e denaro per seguire la sua vocazione religiosa; si avvicina ai frati francescani e trova riparo nel monastero dove San Francesco e i suoi compagni vivono e condividono i momenti di preghiera. Ben presto la figura di Chiara si distingue per gli incredibili miracoli che si verificano in sua presenza, allora la ragazza inizia ad accogliere donne dalla più diversa provenienza, attirate dal suo carisma e decise a dedicare a Dio la loro vita.

Interpretato da Margherita Mazzucco e Andrea Carpenzano, rispettivamente nei panni di Chiara e Francesco, il film della Nicchiarelli (in concorso alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia) è un ritratto scarno e poco efficace della figura della Santa, già di per sé poco raccontata al cinema e qui sfruttata per far passare un messaggio di solidarietà femminile – e femminista – evidentemente forzato e inadeguato tanto al contesto storico, quanto alla figura di per sé. La prima parte del racconto è quella meglio riuscita: il lavoro fatto dagli attori sul volgare umbro è buono (anche se l’assenza di sottotitoli in italiano inficia non poco sulla comprensione dei dialoghi), semplici e accurati i costumi e le ambientazioni, interessante la narrazione della vocazione della futura santa e del primo contatto coi francescani.

Esauritasi però la premessa, gli scopi del film iniziano a diventare vaghi, la trama rallenta, si sfilaccia, ed entra in gioco una vera e propria competizione tra Francesco e Chiara: il primo impegnato nella scrittura delle regole per il suo ordine, la seconda in lotta per farsi riconoscere la legittimità del proprio ordine mendicante, rifiutato dalla Chiesa perché guidato da donne, normalmente destinate ai soli ordini monacali di clausura. Nel film tale veto si trasforma in un assist all’affermazione di visioni socio-politiche femministe moderne e per questo ingiustificabili all’interno di un’ambientazione alto-medievale come quella della storia di Santa Chiara. Un finale affrettato, una certa ripetitività nel mostrare alcune dinamiche (il cibo, le letture, la preghiera, il canto) e una generale superficialità nel raccontare le ragioni e la consistenza tanto della fede quanto della personalità della protagonista, rendono il film un pallido ritratto di un mondo ben diverso da quello messo in scena sullo schermo per l’occasione.

Letizia Cilea

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