Athina Rachel Tsangari, già produttrice del primo film di Yorgos Lanthimos Kinetta (2005) e produttrice associata di Dogtooth (2009), con Chevalier realizza un film che nelle sue intenzioni vorrebbe essere di critica sociale, ambientato nel mar Egeo: sei uomini di mezza età in vacanza, riunitisi su uno yacht per la passione comune della pesca subacquea, per la noia si ritrovano immersi in un gioco. Attorno ad un tavolo una sera decidono di tentare di definire chi tra loro sia il migliore: loro stessi saranno i giudici gli uni degli altri. Il vincitore potrà indossare l’anello del Cavaliere, messo in palio dal più anziano tra i concorrenti. Tutto può rientrare nel giudizio, dal modo in cui si ride a come si dorme, dall’eleganza nella camminata ai valori dell’emocromo, fino a scendere nella valutazione della sfera più intima di ognuno. Arrivano a cercare di determinare chi sia il più virile tra loro, chi abbia un rapporto più “riuscito” con la moglie o con la madre. Ognuno stilerà poi la sua personale classifica in cui i compagni saranno definiti da un punteggio. Dalla somma delle valutazioni si definirà poi il Cavaliere.

Dall’idea balzana di una sera in breve i protagonisti, assai differenti tra loro per carattere, carisma ed estrazione sociale, quasi si dimenticano la ragione per cui si sono riuniti, la pesca, e si ritrovano immersi nella competizione. Ne nasce un lungometraggio molto dialogato, con un ritmo lento e poco incalzante ma che offre interessanti spunti sul comportamento in gruppo di ogni individuo. I diversi personaggi, dal medico affermato al disoccupato che vive ancora con la madre, si trovano costretti a stare di fronte alle loro insicurezze, a fare i conti continuamente con il giudizio mordace degli altri. Tentano di nascondere i loro difetti, molte volte quasi insignificanti, fumando qualche sigaretta di nascosto o fingendo di dormire in una posizione migliore. Gli uomini si annusano, si misurano tra loro dall’inizio alla fine, ogni sguardo sembra adattato alla gara che stanno giocando. Pare che ognuno cerchi nell’altro quello che non trova in sé.  Tutti mostrano umanamente la loro povertà, quanto poi siano schiavi del giudizio. Si trovano coinvolti in una competizione sfrenata che diventa misura, in cui niente è abbastanza. Tutto si svolge in un’atmosfera alienata, quasi da esperimento sociale che ricorda l’ambientazione del film Triangle of Sadness vincitore della Palma d’Oro nel 2022. A definire il vincitore sarà alla fine una prova di virilità, uno dei sei decide di mostrare la sua forza offrendo di tagliarsi una mano per divenire fratello di sangue di un volontario tra i presenti. Quest’ultima prova mostra il tentativo del regista di rappresentare l’uomo come uno schiavo del suo orgoglio tanto da non riuscire a comprendere l’inutilità di un gesto tanto pericoloso.

Chevalier non conquista l’attenzione dello spettatore dall’inizio, non aiutato dai molti dialoghi e dalle scene statiche che si svolgono per tutta la durata del lungometraggio sullo yacht. Lascia a desiderare anche la critica sociale, manca di profondità e molti tentativi di caratterizzazione dei protagonisti paiono troppo abbozzati per riuscire a risultare verosimili nelle scelte e nei gesti dei vari personaggi.

Giuseppe Beltrame

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