Horror decente, molto meglio delle aspettative. E' un ibrido tra il cosiddetto POV (point of view, l'horror del punto di vista, quello in cui uno dei personaggi in campo gira con una piccola videocamera) e l'horror tradizionale, che preferiamo decisamente. Diretto da Bradley Parker, al primo film come regista, in realtà attivo nell'horror da tempo come effettista e scritto e prodotto da Oren Peli, l'autore di Paranormal Activity, ha una buona prima metà in cui succede poco in termini di horror puro ma la tensione cresce piano piano e si accumula grazie a piccoli, classici elementi. Il punto di forza è senz'altro il realismo della messinscena: le ambientazioni nella città morta di Chernobyl (in realtà ricostruita altrove) sono efficaci e creano inquietudine. E anche il tono e le facce sono giuste: il film inizia come uno straniante filmato delle vacanze. Tre ragazzi in viaggio verso Mosca. Divertimento, la spensieratezza tipica dei vent'anni. Poi il passaggio a Kiev e già qualche brutto ceffo comincia a fare capolino. E poi ancora la follia del turismo estremo nei luoghi radioattivi della centrale nucleare. Assieme a loro, un paio di ragazzi conosciuti sul posto e soprattutto, il gigantesco Ivan (interpretato dall'attore californiano di origine russa Dimitri Diatchenko), faccia e fisico incredibili. Parker, con ben poco e rinunciando almeno in parte ai mezzucci del POV, riesce a creare la tensione dal nulla: bastano davvero le facce e la natura giusta e una colonna sonora minimale, come si capisce dalla sequenza essenziale ma riuscita dell'arrivo al checkpoint. Il resto è facile da immaginarsi con molto più sangue, anche se stemperato dall'uso consistente di colori scuri, e qualche ovvietà. Soprattutto, e ci pare l'errore più grave, Parker a una prima parte segnata da una notevole verisimiglianza, fa seguire una seconda in cui l'inverosimiglianza prende il sopravvento e i luoghi comuni dell'horror radioattivo prendono il sopravvento. Con un po' più di aderenza al realismo (più spazio alle mutazioni degli animali), si poteva rendere il prodotto ancora più inquietante.,Simone Fortunato