In Chernobyl 1986, Alexey è un pompiere di stanza alla base di Chernobyl nell’ex Unione Sovietica. Ottenuto il congedo, viene però coinvolto insieme alla sua squadra nei disperati tentativi di contenere e domare l’incendio all’interno del reattore nucleare esploso il 26 aprile 1986. Un’impresa disperata che mette a rischio la sua storia con Olya, una parrucchiera rincontrata dopo dieci anni e dalla quale scopre di aver avuto un figlio…

È da poco approdato su Netflix il kolossal russo Chernobyl 1986, diretto da Danila Kozlovsky. Definito la risposta russa all’ottima serie americana Chernobyl, il film vuole essere soprattutto un tributo a tutti coloro che, nell’aprile 1986, si prodigarono e si sacrificarono per cercare di impedire che troppe radiazioni fuoriuscissero dal reattore nucleare in fiamme. Parliamo di pompieri, soldati, infermieri e dottori. Se gli Stati Uniti, giustamente, hanno fatto dei pompieri che operarono nelle Torri Gemelle abbattute, degli eroi così ci prova ora la Russia relativamente al disastro di Chernobyl. Il problema è che, però, il film non ha molto mordente. Prima di tutto c’è una parte melò, quella tra Alexey (Danila Zozlovsky) e Olya (Oksana Akinshina), che è troppo lunga e a tratti stucchevole. Più interessante la parte dedicata alle operazioni di spegnimento del reattore. Seguiamo i pompieri nei cunicoli, nei corridoi pieni d’acqua bollente e radioattiva; li vediamo ustionarsi e affrontare il tutto senza mezzi di soccorso adeguati. Questa è la parte più importante del film che definisce l’eroismo dei protagonisti.

Ci sono però due aspetti che mancano nel film. Per prima cosa non si percepisce una chiara accusa al regime cadente dell’ex Unione Sovietica per non aver gestito al meglio la centrale nucleare e per aver mandato verso morte sicura quasi tutti i primi soccorritori. Ci sono funzionari del regime rappresentati come cinici e indifferenti rispetto al sacrificio umano richiesto, ma non si va molto oltre. Secondo aspetto: a parte un velocissimo riferimento, non si fa cenno alle ripercussioni in tutta Europa causate dalle radiazioni.  Si vede comunque che in Russia la ferita fa ancora male e che non si è voluto affondare il colpo; quello che importava era sottolineare l’eroismo dei soccorritori, e in questo la figura di Alexey diventa un simbolo per tutti. Chernobyl 1986 è quindi un’occasione persa e, forse, la sua collocazione ideale è proprio quella su piattaforma.

Aldo Artosin

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