Roland è il sesto figlio all’interno di una famiglia di ebrei magrebini emigrati in Francia dal Marocco. Peggio della mamma italiana c’è solo la Yiddish Momme, quella dei film di Woody Allen per intenderci. E da buona “madre-ragno”, Esther non accetta intromissioni nella tela familiare da parte di medici specialisti e insegnanti, né dell’assistente sociale “piattola” Madame Fleury, di continuo messa alla porta.
Ma la narrazione è tutt’altro che opprimente: C’era una volta mia madre, commedia diretta da Ken Scott, fa anzi molto ridere. A curare Roland è la “guaritrice” Madame Vergepoche, che attua nei suoi confronti una specie di musicoterapia, assecondando la sua infatuazione per la cantante Sylvie Vartan. Roland impara a leggere e a scrivere grazie ai testi della popstar anni 60 e grazie anche all’aiuto dei familiari, ingaggiati dalla madre per la sua istruzione.
L’essere cresciuto a qualche metro di distanza dalla vita lo rende un adolescente riflessivo che legge Proust e Balzac e diventa, successivamente, prima un promettente giornalista e poi un brillante avvocato. Questo causa nondimeno lo psicodramma della madre nel vederlo pian piano prendere la propria strada: «Ma che bisogno hai di parlare con estranei?” gli chiede con sincero stupore all’alba dei suoi 27 anni.
Un momento cruciale del film è la prima intervista che Roland ottiene, come giornalista, da Sylvie Vartan (nel ruolo di sé stessa). Da sottolineare, nell’intervista, è la prima domanda, dichiaratamente proustiana, su come l’amore ricevuto nei primi anni di vita possa modificare la percezione del tempo di un individuo.
La seconda parte del film rientra un po’ di più nei canoni, più drammatica (anche meno riuscita). Non ci sono più bambini che scorrazzano nelle case popolari del tredicesimo arrondissement parigino, e per le malattie non si può più fare affidamento su “guaritrici” di professione. Questo, Roland lo sperimenterà a seguito della malattia della moglie. Ancor prima che ciò avvenga, però, il suo rapporto con lei è segnato dall’impasse nel rivelarle la propria disabilità al piede, pure ormai quasi guarito, nonché quella strana storia della sua infatuazione per la Vartan. La strana storia del rapporto con sua madre, invece, non ha bisogno di rivelarla, essendo lei onnipresente fino all’ultimo e anche oltre.
Il film è basato sull’autobiografia di Roland Perez, avvocato e giornalista radiotelevisivo francese, titolata come il film in originale Ma mère, Dieu et Sylvie Vartan. Da sottolineare le accurate ricostruzioni d’epoca, con colori, musiche e costumi, e un’ottima interpretazione della bella e simpatica Leïla Bekhti nei panni della giovane (e poi invecchiata) Esther.
Alessandro Radice
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