C’era una volta il crimine è ambientato nel 1943. Questa volta Moreno e Giuseppe, insieme alla new entry Claudio, tornano indietro nel tempo in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale con l’obiettivo di salvare la Gioconda e riportarla in Italia. Durante le loro avventure, sempre teleguidate dal presente da Gianfranco e Lorella, incontrano Adele una fiera antifascista e la piccola Monica; quando questa cade nelle mani dei nazisti, la banda farà di tutto per salvarla anche perché la bambina altri non è che la futura madre di Moreno…

Dopo Non ci resta che il crimine (2019) e Ritorno al crimine (2021), Massimiliano Bruno chiude la sua trilogia del viaggio nel tempo con C’era una volta il crimineRispetto ai due film precedenti, il cast presenta alcune novità. E’ una new entry il personaggio di Adele (Carolina Crescentini) e non c’è più Sebastiano, il personaggio di Alessandro Gassmann, sostituito dal professore di storia Claudio (Giampaolo Morelli). L’ambientazione nel 1943, nei giorni dell’armistizio dell’8 settembre, permette a Massimiliano Bruno di immaginare che Moreno, Giuseppe, Claudio e Adele facciano una serie di incontri con figure storiche, un po’ come avviene in Non ci resta che piangere con i mitici Benigni e Troisi. La banda si imbatte nel partigiano Sandro Pertini, in re Vittorio Emanuele III e in Mussolini, tutti personaggi raffigurati troppo come macchiette e coinvolti in gag davvero poco riuscite. Rispetto ai primi due episodi, ci sono meno verve e ritmo che venivano dati dal personaggio di Renatino (Edoardo Leo) che qui si vede solo all’inizio e alla fine. La sceneggiatura è piuttosto debole anche se i quattro protagonisti dimostrano un discreto affiatamento che in qualche modo prova a colmare le lacune. C’era una volta il crimine migliora verso il finale, quando Moreno (Marco Giallini), Claudio e Giuseppe (Gianmarco Tognazzi) sono impegnati in una missione contro i nazisti che finisce con una vera battaglia che vede coinvolti anche Renatino, Gianfranco (Massimiliano Bruno), Lorella (Giulia Bevilacqua) e Sabrina (Ilenia Pastorelli, autentica protagonista del primo film). Certo che vedere i nazisti attaccati anche da una banda di ultras della Roma provenienti dal 1982 – con tanto di “Grazie Roma” cantato da Antonello Venditti a tutto volume – è francamente un po’ troppo trash… Il capitolo finale della trilogia non riesce a dire niente di nuovo, soprattutto rispetto al primo film che rimane il più riuscito; è soprattutto un tributo – anche se molto alla lontana – oltre che a Non ci resta che piangere, anche a Ritorno al futuro e a La grande guerra di Mario Monicelli.

Stefano Radice

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