Cattiverie a domicilio è ambientato nel 1922 a Littlehampton, una cittadina affacciata sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Il film segue le vicende di due vicine di casa: Edith Swan, originaria del posto e profondamente conservatrice e religiosa, e Rose Gooding turbolenta e sfacciata immigrata irlandese. Quando Edith e altri suoi concittadini iniziano a ricevere lettere oscene, i sospetti ricadono immediatamente su Rose che viene arrestata. Saranno le donne del posto – guidate dalla poliziotta Gladys Moss – a indagare sul crimine, sospettando che le cose potrebbero non essere come sembrano…
Dopo il non convincente The Beautiful Game per Netflix, la regista Thea Sharrock torna con Cattiverie a domicilio, dramedy british gialla ispirata a un fatto realmente accaduto dopo la Prima Guerra Mondiale in Inghilterra. Il film, di impostazione teatrale, si gioca molto sulla contrapposizione tra i personaggi di Edith Swan (come sempre molto brava Olivia Colman) e di Rose Gooding (Jessie Buckley, un po’ troppo sopra le righe). La prima rappresenta il mondo conservatore inglese, caratterizzato da una religiosità oppressiva e bigotta e da un ruolo della donna sottomessa a livello casalingo, dato che Edith è succube del padre Edward (un convincente Timothy Spall). Rose, invece, rappresenta l’opposto di Edith, decisamente più libera nei comportamenti, nel linguaggio, anticonformista – non è sposata, ha una figlia e un compagno di colore – e lontanissima dal mondo religioso. Per Rose, la libertà nel linguaggio, spesso sboccato e sopra le righe, è qualcosa di acquisito e naturale mentre per Edith rimane qualcosa di apparentemente lontanissimo dal suo modo di vivere. Sono diversissime e in un certo senso si invidiano perché a una manca qualcosa che ha l’altra. In Cattiverie a domicilio il tema della parola – pur se declinato spesso nell’insulto che si legge nelle lettere ma che fa spesso capolino anche nei dialoghi e negli scontri verbali – svolge un ruolo centrale, perché anche dal suo utilizzo si può costruire un percorso di affermazione della donna a livello sociale; nell’Inghilterra di inizio XX secolo – ma non solo lì – era sconveniente che le donne si comportassero in un certo modo che invece agli uomini era concesso. Nel film c’è poi un terzo personaggio che acquista sempre più un ruolo centrale, quello della prima donna poliziotto della regione, Gladys Moss davvero esistita, e cui dà il volto un’ispirata Anjana Vasan (Spider-Man: Far From Home); è lei che darà la svolta corretta nelle indagini sull’autore delle lettere e che, in questo modo, riuscirà a ritagliarsi la giusta considerazione anche all’interno del corpo di polizia, decisamente maschilista.
Cattiverie a domicilio si regge molto sulla bravura delle interpreti – senza fare spoiler segnaliamo la risata finale della Colman quasi sui titoli di coda – e sui loro siparietti. Non mancano scene divertenti ma alla lunga l’utilizzo anche liberatorio delle parolacce (complimenti alla fantasia degli sceneggiatori) rischia di stufare e il colpevole delle lettere viene svelato troppo presto, togliendo un po’ di interesse al film. L’ambiente di famiglia di Edith viene descritto molto bene mentre meno riuscito è quello di Rose, anche nel rapporto tra lei e la figlia. Brava comunque Thea Sharrock a dirigere il cast e un film cui non manca il ritmo e l’originalità.
Stefano Radice
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