Incipit, di grande effetto, sui titoli di testa: in un parco newyorchese vediamo, in lontananza, un gruppo di bambini discutere animatamente. Uno di loro viene messo ai margini e spintonato; allora prende un ramo e colpisce uno della “banda”.

Stacco su un appartamento a Brooklyn: veniamo a sapere che per quell’incidente, il bambino si è rotto due denti e il labbro, “e ha il viso deformato” si lamenta la madre. I genitori dei due bambini (la vittima e il colpevole), cercano di comporre la vicenda, scrivendo un documento – chissà perché – che ricostruisce l’accaduto. Ma basta un aggettivo – “armato” o “munito” di bastone – per rivelare i primi segnali di impazienza, tensione, frustrazione che pian piano verranno fuori con evidenza. Quando i genitori del “colpevole” stanno per andar via, vengono trattenuti da una battuta, cui vogliono replicare; e poi emerge un aneddoto che riguarda un criceto abbandonato in strada perché fastidioso (e quindi condannato, accusa la signora dell’“altra” coppia, a morte certa), e battute ironiche non vengono comprese, e non si sopportano illazioni, invidie (una delle due coppie è evidentemente più ricca e altolocata, l’altra è un mix di cultura e ignoranza) o piccole maleducazioni (c’è un cellulare che suona di continuo, e il suo proprietario non si cura di scusarsi per il suo continuo utilizzo). Mentre perfino gesti di attenzione – occhio alla torta che viene offerta agli ospiti… – finiscono malissimo…

Detta così, la trama del film di Roman Polanski (girato a Parigi: il regista non può mettere piede negli Usa dagli anni 70, a causa dei noti guai giudiziari) sembra di cortissimo respiro; quattro persone che litigano furiosamente in appartamento non sono il massimo dal punto di vista cinematografico. E in effetti il film ha uno spunto semplice, quasi fragile, ma rodato essendo tratto dalla pièce teatrale God of Carnage (il dio del massacro, di Yasmina Teza), di successo e rappresentata anche in Italia, il cui testo è un ottimo punto di partenza. Testo che nella sceneggiatura diventa anche più divertente, comico, grottesco, scatenando spesso risate nel pubblico tra battute velenosissime e accadimenti tragicomici (ne succedono di tutti i colori).

A una prima occhiata sembra un atto di accusa verso la famiglia, dal momento che le due coppie di genitori, hanno un concetto di educazione che non può che produrre danni. In realtà l’attacco è alla borghesia, meglio al modo di vivere “borghese”, all’ipocrisia del politicamente corretto, ben rappresentato dalla scrittrice progressista che lavora da anni a un libro sui problemi del Darfur. Senza contare una delle battute più belle del film: «Ieri ho visto in tv la sua amica Jane Fonda – dice con disprezzo l’avvocato che sta sistemando al cellulare i loschi affari di una multinazionale farmaceutica – e mi ha fatto venire voglia di iscrivermi al Ku Klux Klan…». Peraltro, a un certo punto non vediamo più solo una coppia contro l’altra, perché saltano gli schemi e le marcature (così vediamo a un certo punto i due uomini contro le due donne, poi tutti contro tutti) e i coniugi tirano fuori il peggio dai rispettivi matrimoni. Soprattutto, affiora una concezione della vita angusta, secondo cui ci si illude che basti l’impegno per risolvere i problemi, educare i figli, comportarsi bene con il prossimo, addirittura salvare il mondo… E visto che non ci si riesce la realtà è cattiva e deludente, figuriamoci chi ci sta attorno… A cominciare dal coniuge o dai figli. Ma un finale semplice e bellissimo (diverso dall’opera teatrale), da non rivelare, illumina anche uno spaccato contemporaneo deliziosamente nevrotico: la realtà è più grande, e più bella, di quanto quei quattro immaginano…

Polanski con questi materiali tira fuori un gioiellino di 80 minuti scarsi, ricco di intelligenza, humour e ritmo. Ma non sarebbe possibile tutto ciò senza quattro attori uno più bravo dell’altro: Christoph Waltz (già “nazista” in Bastardi senza gloria, e qui il migliore a nostro avviso), Kate Winslet (bravissima come sempre), Jodie Foster (idem come sopra, oltre tutto in un personaggio sopra le righe, rischioso e mai sperimentato prima) e John C. Reilly (caratterista di lusso di tanto cinema americano indipendente). Attori che è bello sentire nella versione originale inglese, che il doppiaggio italiano (dalla dizione un po’ troppo “pulita” per le tensioni della vicenda) rischia di appiattire parecchio.

Antonio Autieri