Caos calmo, è tratto dall’omonimo romanzo di successo di Sandro Veronesi, vincitore del premio Strega. Del film se ne è parlato moltissimo, e già mesi prima della sua uscita, a causa di una bollente scena di sesso tra Nanni Moretti – per una volta solo attore, il regista è Antonello Grimaldi – e Isabella Ferrari. Scena decisamente forte, tanto che si parlava di un divieto ai minori di 14 anni, che è stato invece negato; e che sarebbe stato ancor più consigliabile per via di una bestemmia, oltre tutto gratuita, pronunciata durante un dialogo tra lo stesso Moretti e il personaggio di Silvio Orlando.,Due scene inutili, che possono infastidire o anche peggio. Peccato, soprattutto in un film che tocca temi importanti. Come nel romanzo, il tema è infatti la scoperta di non saper soffrire di fronte alla morte della persona amata (ma forse neanche tanto, amata: la figura della moglie viene evocata più dalla sorella, una brava Valeria Golino, che dal marito). Nel romanzo questa posizione suonava fin troppo scritta, a tavolino. Nel film, in effetti, dapprima il dolore dell’uomo poi il suo spaesamento sembrano convincenti, come lo smarrimento di fronte a una figlia di dieci anni che il protagonista Pietro Paladini – manager di una pay tv che sta per fondersi con un concorrente – vuole proteggere in maniera insana e con cui deve imparare a vivere da solo (l’impaccio a scuola con le mamme, ma anche a casa in piccoli gesti come farle la coda dei capelli). Piccoli tocchi di umanità, che però il film non approfondisce; forse troppo intimidito di fronte a un romanzo importante, che viene sintetizzato come un bigino. Ne risentono certe scelte di fondo quasi surreali (stare tutto il giorno su una panchina davanti alla scuola: in un romanzo ci si crede, al cinema – medium realistico – ti inizi a chiedere subito come facciano a non licenziarlo, visto che in ufficio non mette più piede); saltano parecchi nessi logici, e anche lo spessore dei personaggi si impoverisce. Chi ha letto il libro coglie alcuni passaggi su cui il film risulta oscuro; altrimenti può rimanere spiazzato. Un esempio: se la famosa scena di sesso – resa squallida dal fatto che la figlia dorme nella stanza accanto, e potrebbe svegliarsi da un momento all’altro – nel libro è al limite del pornografico ma risulta conseguente a un’ossessione per la donna salvata dall’annegamento mentre la moglie moriva, qui nel film la stessa donna compare ogni tanto fino a trovarsi avvinghiata al protagonista senza mostrare prima un’attrazione; guarda caso, anche l’attrice Isabella Ferrari si è lamentata del taglio di una scena di raccordo presente nel romanzo, che spiegava la “disponibilità” del suo personaggio verso Pietro Paladini. Nel film, se l’uomo abbordava per strada una sconosciuta era più convincente. ,In questa timidezza narrativa succube del testo da cui deriva, il film si limita a “dire” certe riflessioni, che però arrivano attutite allo spettatore: se nel libro, una lezione di una prof di Claudia sui palindromi – parole che possono essere lette in un verso o nell’altro – apre la riflessione su ciò che nella vita è reversibile o meno, nel film tutto ciò è detto con abbondanza di parole ma poche emozioni. E così la stessa “paura di non soffrire” per la morte della moglie. Non aiutati da una sceneggiatura tanto piatta, anche ottimi attori non rendono al meglio (solo il personaggio di Alessandro Gassman, mai così bravo, è ben definito, e in parte quello di Valeria Golino). A cominciare da Nanni Moretti, gravato da un personaggio così lieve e a tratti ironico che rischia di diventare evanescente via via che si procede verso il finale. Moretti – regista amato e detestato in partti uguali, non solo per ragioni politiche ma anche per il suo carattere spigoloso, ma sicuramente tra i più importanti in Italia negli ultimi decenni – come attore in genere se la cava meglio di quanto i suoi detrattori non siano disposti a concedergli. Ma chi afferma che questa sia la sua migliore interpretazione d’attore non sa cosa dice. Qui Moretti è Moretti, quasi più che nei suoi film (dove “deve” esserlo); anzi nelle prime scene sembra di vedere un Michele Apicella (il personaggio-alter ego dei suoi primi film) alquanto invecchiato. Moretti per rendere al meglio deve allontanarsi dall’immagine che gli altri hanno creato di lui: e quindi era ottimo nel Portaborse, nel Caimano dove interpreta personaggi lontani e “odiati”; oppure avere a disposizioni personaggi maturi, complessi, come la vittima dei terroristi in La seconda volta di Calopresti o lo psicologo sconvolto dalla morte del figlio nel premiatissimo La stanza del figlio. Film con cui c’è un confronto diretto sul tema del lutto: ma era ben più forte, radicale, dolorosa quella vicenda e quel grido umano rispetto a questo “girotondo” (senza allusioni politiche) di persone che si trovano attorno alla panchina di Pietro a consolarlo, e in realtà a sfogarsi per piccoli e grandi problemi, drammi, frustrazioni. Anche qui, poco convincenti: tralasciamo le beghe della fusione (che nel film si perdono: e sì che si allude alla fusione Telepiù-Stream, che diedero vita alla Sky di Murdoch e su cui autori e produttori di cinema italiano si sono lamentati spesso, per via del monopolio pay e di una minor sensibilità al cinema e ai suoi autori rispetto alla gestione Telepiù), ma le frustrazioni di Silvio Orlando (cattolico che arriva a bestemmiare contro le strategie aziendali che non condivide), del capo di Pietro Jean-Claude – oltre che per il licenziamento – per una fidanzata che si comporta in modo strano, della cognata sopra le righe sono troppo “scritte”, non vive, per funzionare.,Ma la colpa maggiore pare quella della regia: anche qui, c’è probabilmente un deficit di personalità e un eccesso di timore reverenziale. Dirigendo un regista di “peso” come Moretti, l’oscuro Antonello Grimaldi si accontenta di raccontare la storia con pochi colpi d’ala; rifugiandosi al massimo, in alcuni momenti, in canzoni accattivanti e movimenti di macchina tanto vivaci quanto superflui. Proprio quello che il regista Moretti non accetterebbe mai, al pari – finora – delle scene di sesso altrettanto superflue e sicuramente volgari.,Antonio Autieri,