Iniziata con le polemiche per la seconda esclusione consecutiva dal concorso, la campagna “Cannes 2017” per il cinema italiano si sta concludendo molto bene. A poche ore dalla cerimonia di chiusura e senza l’ansia del palmarès ufficiale – la soddisfazione per essere scelti per il concorso, spesso si volge in acido per i mancati premi… – possiamo analizzare serenamente come si sono comportati i nostri film scelti per le altre sezioni. Nel cartellone ufficiale, sempre diretta emanazione del direttore del Festival Thierry Fremaux, c’è la sezione “prestigiosa” ma oggettivamente secondaria Un Certain Regard: quella che un tempo era destinata ai film di ricerca, sperimentali o d’esordio, e con il tempo ha un po’ visto perdere di identità cause scelte “pasticciate” dei selezionatori. Che magari mettono in concorso film di casa che non convincono neppure i critici francesi (quello di Doillon o di Ozon, per esempio) e poi spostano Laurent Cantet e il suo apprezzato L’Atelier al Certain, quando potevamo gareggiare per la Palma d’oro (l’ha già vinta nel 2008 per La classe, ma questo non è mai stato un problema per reinvitare i vincitori). In questa sezione c’erano due film diretti da registi italiani: e il più importante – anche tra i sei titoli nazionali che complessivamente hanno partecipato a Cannes – ovvero Fortunata di Sergio Castellitto non sembra c’entrare molto con la caratura originaria del “concorso bis”. Castellitto è ormai al sesto film da regista e come attore e conosciutissimo in Francia; il suo film è tutto fuorché sperimentale, e se lo stesso Fremaux ha paragonato (esagerando) il film a Mamma Roma di Pasolini con Anna Magnani, non si capisce perché non l’ha messo in concorso. Altrimenti, meglio la zona grigia delle proiezioni speciali fuori gara. Ma in anni magri è bene non fare gli schizzinosi…

In ogni caso, Fortunata è il film che ha convinto meno i critici italiani, noi compresi. Ma il film sta avendo un buon successo di pubblico nelle sale e ci fa comunque piacere; perché la protagonista Jasmine Trinca è brava e generosa nell’interpretare un ruolo rischioso (e infatti ha vinto il premio come migliore attrice della selezione, deciso dalla giuria guidata da Uma Thurman), perché altri attori sono convincenti e perché lo stesso Castellitto e i suoi produttori rischiavano grosso con un melò d’altri tempi. Peraltro segnaliamo un fatto curioso: alla proiezione per la stampa, in mezzo a critici italiani, tutti hanno reagito con imbarazzo ad alcune scene “madri” tra cui quella in cui il personaggio di Accorsi è “costretto” a perdere la sua dignità di psicoterapeuta inseguendo Fortunata e urlando come un matto… Eppure, i francesi – che conoscono bene Accorsi: ha vissuto per anni a  Parigi ai tempi della relazione con Letitia Casta e ha lavorato sia al cinema che a teatro in Francia – ridevano a crepapelle… E alla fine, hanno applaudito convinti. Quindi, accogliamo con rispetto il fatto che le nostre perplessità non siano condivise.

Ancor più apprezzato, e qui anche dagli italiani, Dopo la guerra di Annarita Zambrano, ambientata nel 2002 a Bologna: dopo l’omicidio di un professore universitario in un agguato terrorista (chiara allusione a Marco Biagi), un ex militante di estrema sinistra – condannato all’ergastolo e rifugiato in Francia grazie alla dottrina Mitterrand – è accusato dallo Stato italiano di essere uno degli ideatori dell’attentato. La regista non si concentra tanto sugli aspetti politici della storia, ma sulle conseguenze che la figa del terrorista impone alla figlia, alla sorella e ad altre persone innocenti, che pagano colpe non loro. Trovando una chiave originale e anche profonda. Molto bravo Giuseppe Battiston nei panni dell’estremista e Barbora Bobulova in quelli della sorella. Ne riparleremo quando il film – peraltro prodotto soprattutto con soldi francesi – uscirà nelle sale italiane, in autunno.

Passiamo poi alle sezioni di Cannes autonome dal festival. Alla Semaine de la critique tornavano Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, a quattro anni dalla loro vittoria con l’opera prima Salvo, con il loro secondo film Sicilian Ghost Story. Stavolta, per questo motivo, fuori gara (alla Semaine si “lavora” solo sugli esordi: quindi la scelta di concedere loro l’apertura è un vero omaggio). Del film abbiamo parlato, e molto bene (nonostante alcuni difetti), in sede di recensione: e quindi non ci dilunghiamo. Anche qui, qualche perplessità si è letta sui giornali italiani mentre i francesi sono stati prodighi di elogi. Diremmo meritati, complessivamente.

Alla Quinzaine des realisateurs c’erano invece ben tre titoli italiani, come pure l’anno scorso. Anche qui, un po’ di mescolamento di carte c’è da alcuni anni (ci sono tornati negli anni maestri affermati come Francis Ford Coppola, peraltro con piccoli film, e tanti altri): e un anno fa Paolo Virzì con La pazza gioia – che meritava il concorso principale – faceva l’effetto di Castellitto al Certain Regard; idem Marco Bellocchio con Fai bei sogni. Ma anche qui, prendiamo quel che passa il convento. I tre film sono stati tutti bene accolti: L’intrusa di Leonardo Di Costanzo conferma, dopo L’intervallo, le qualità anche “in fiction” del documentarista quasi sessantenne; e al tempo stesso aumenta i rimpianti per quel che avrebbe potuto fare nella sua carriera se si fosse cimentato prima con le storie a soggetto (senza nulla togliere ai documentari): attori molto bravi anche se poco noti in un racconto ambientato nel mondo del volontariato, tra chi lavora a contatto con il disagio e la criminalità (o le sue conseguenze). Sempre di marginalità e disagio parlavano gli altri due film. Cuori puri, che recensiremo a breve, è già nei cinema da qualche giorno: il film di Roberto De Paolis è interessante e ben fatto ma a tratti un po’ schematico nel rapporto nascente tra un ragazzo di quartieri marginali e a rischio di ricadere in brutte frequentazioni e una ragazza cattolica con madre rigida (la purezza fa riferimento a un percorso di amore vissuto nella castità in una comunità parrocchiale). In parte ricorda il recente La ragazza del mondo (film modesto, e sopravvalutato, premiato quest’anno ai David di Donatello), con la ragazza cattolica al posto della testimone di Geova… Ma qui il talento dell’autore ci sembra più interessante e promettente.

Infine, italiano solo in parte è A Ciambra  di Jonas Carpignano: italoamericano lui e italofrancoamericana la produzione (con partecipazione anche tedesca). Ma l’ambientazione è italianissima, in una piccola comunità rom in Calabria, con protagonista un 14enne cresciuto in fretta. Opera seconda; A Ciambra ha vinto il Label Europa Cinema assegnato da Europa Cinemas Network, circuito di sale europee di qualità. Un premio meritato, per un regista al confine tra documentario e finzione (come gli altri citati, Castellitto a parte). Tutti e sei i titoli hanno mostrato lati veri della società italiana; anche Fortunata, con i suoi eccessi. Di questa attenzione alla realtà non si può essere che lieti. Del talento, che non manca mai al cinema italiano anche nelle stagioni meno felici, pure. E se consideriamo che l’edizione 2017 di Cannes è stata tutto fuorché esaltante, si deve dire che il cinema italiano ne esce confortato.

Antonio Autieri

Nella foto: A Ciambra di Jonas Carpignano, premiato a Cannes