Due film del concorso di Cannes hanno fatto molto discutere nei giorni scorsi. Con The Square lo svedese Ruben Ostlund (che si fece apprezzare con il precedente, durissimo Forza maggiore) mette in primo piano un curatore di museo di arte contemporanea e le sue vicissitudini Divorziato, deve trovare il tempo per le sue due figlie; derubato di cellulare e portafoglio, reagirà in modo scomposto con conseguenze pericolose per sé e per gli altri; un’avventura con una donna rischia di finire male anch’essa. E il mondo dell’arte non è certo meglio di questo esperto, tra creativi con idee balzane e inutilmente provocatorie, snobismi che ricordano (in peggio) quelli che derideva Woody Allen già decenni fa, artisti insopportabili e un performer “scimmiesco” allucinante che rischia di far degenerare un’opera “vivente” in dramma. L’arguzia e il sarcasmo non mancano a Ostlund, ma il gioco alla lunga stanca; e il sospetto che faceva capolino nel film precedente (comunque nettamente migliore) dell’ennesimo autore che si compiace del suo sadismo sullo spettatore, si rafforza a fine proiezione.

Rischiava grosso il francese Michel Hazanavicius (che trionfò agli Oscar anni fa con The Artist, ma ebbe un ingiusto fallimento con il successivo The Search) a portare in gara a Cannes un film corrosivo su Jean-Luc Godard, il regista più rappresentativo (insieme a François Truffaut, con cui poi le distanze divennero enormi e i rapporti personali al minimo) ed eccessivo della Nouvelle Vague. Amato dalla critica più ideologica – in Francia ma non solo – che non considera intoccabile nulla se non i propri miti, un film su Godard (per chi scrive un mito consunto, che da decenni realizza film invedibili esaltati da pochi fans per partito preso) che non fosse celebrativo non si doveva semplicemente fare. Onore quindi ad Hazanavicius per averci provato. E per l’esito del suo Le Redoutable (ovvero “formidabile”, che dovrebbe essere il titolo quando il film uscirà in Italia). Partendo dal libro di Anna Wiazemsky, sua moglie, che raccontava un breve periodo del loro rapporto tra innamoramento e poi crisi, il film mette in scena la coppia negli anni caldi di fine anni 60, prima e durante la Contestazione del maggio 68. Tra il 37 enne Godard e la giovanissima attrice Anna ci sono quasi vent’anni di differenza. Ma a minare il rapporto non ci sarà l’età, ma le idiosincrasie, i fanatismi, le crisi di autostima di un autore egocentrico e nevrotico, che va in depressione per il fallimento di un suo film, cerca di interloquire con il movimento studentesco, vede il suo cinema entrare in una pericolosa involuzione. O meglio, la esalta convinto che niente abbia valore, neppure il cinema. Tanto da voler realizzare solo film anonimi, eliminando la “firma” dell’autorema formando con nomi di collettivi ideologizzati (in cui non c’è accordo su quasi nulla…). Un iconoclasta, che mette sul piatto la sua fama per combattere il “sistema borghese” – dentro cui c’era anche il grande cinema del passato, considerato tutto deteriore compresi giganti come John Ford o Fritz Lang – ma che alla fine distrugge prima di tutto se stesso (considerando schifezza pure i suoi film migliori) e il rapporto con la sua donna. Louis Garrel è perfetto nei panni di Godard: imbruttito ma sempre con il fascino sdrucito dell’originale, calato nella parte fin nel modo di parlare (ma il doppiaggio farà perdere tutto il lavoro “fonetico”, notevolissimo) rapidissimo e strascicato. Buca lo schermo anche Stacy Martin nei panni di Anna. Ma a colpire è soprattutto la libertà intellettuale di un regista che sa giudicare un “mito” intoccabile e farlocco senza paura. E che fa a pezzi il linguaggio stesso degli intellettuali “sessantottini” (questo, invero, lo hanno fatto per tempo tanti altri, dal Nanni Moretti degli anni 70 – quindi quasi in presa diretta – al francese Olivier Assayas di Apres Mai). Ne pagherà il prezzo, soprattutto in Francia, temiamo (ma anche i critici italiani più “nostalgici” non hanno gradito la parodia corrosiva e le allusioni anche a un goffo Bernardo Bertolucci). Ma un’operazione simile era inconcepibile altrove: ve lo immaginate in Italia un film che parodiasse, chessò, il sopravvalutatissimo (ma decisamente meno dell’ultimo, penultimo e terz’ultimo Godard…) Marco Bellocchio?

Antonio Autieri

Nella foto: Louis Garrel e Stacy Martin in Le Redoutable di Michel Hazanavicius