Tra i film che passano in questi giorni al Festival di Cannes, in gara o nelle altre sezioni, due avevano fatto scatenare la polemica prima ancora del debutto. Sono i due film, in gara per il palmarès, coprodotti e finanziati da Netflix, la piattaforma streaming diventata un vero colosso e presente in quasi tutti i paesi del mondo (da un meno di due anni anche in Italia). Si tratta di Okja, americanissimo ma diretto dal sudcoreano Bong Joon-Ho, e The Meyerowitz Stories del newyorchese Noah Baumbach La scelta del direttore Thierry Fremaux di piazzarli in concorso ha fatto arrabbiare gli esercenti francesi: Netflix, al contrario dell’altro colosso Amazon (che ha prodotto, per esempio, Manchester by the Sea), ha come strategia di proporre direttamente ai propri abbonati in Rete i film che produce, saltando la sala cinematografica; anche se in teoria potrebbe fare accordi con singoli distributori nei singoli stati. Ci furono trattative in passato, ma raramente ciò è successo: così, infatti, i film Netflix, come tutti, dovrebbero rispettare le “finestre” dei vari sfruttamenti che vedono la sala come primo passaggio e poi gli altri, con tempistiche differenti a seconda dei Paesi. E in Francia, la finestra per lo Svod (lo streaming su abbonamento, diverso da quello pay per view in cui si compra il singolo film), è addirittura di tre anni. Impensabile, dunque, per Netflix andare a Cannes in concorso e fare accordi con un distributore francese e uscire poi in Francia sulla sua piattaforma tre anni dopo… Magari in Italia si accorderanno con qualcuno (da noi non ci sono leggi ma prassi aziendali, e passano in genere tra i 12 e i 24 mesi), ma è difficile. In altri paesi si sono studiate operazioni di contemporanea in un numero limitato di sale, ma se il film ha un minimo di importanza nei mercati dove l’esercizio è più forte è praticamente impossibile che ciò avvenga.

Comunque, il risultato della polemica è che il festival ha deciso che dal prossimo anno prenderà in programma solo i film che si impegneranno a uscire in sala (cosa che non avviene automaticamente per nessun film: piccole opere, anche vincitrici di premio, poi rimangono invendute in Francia, italia o altrove). E che Netflix ha replicato che a queste condizioni non proporrà più i film a Cannes. Tanto a Venezia, Toronto o altri festival importanti faranno a gara per averli… A completare il quadro, le dichiarazioni del presidente della giuria Pedro Almodovar che in maniera un po’ improvvida ha dichiarato alla vigilia: «Sono contrario a premiare i film che non escono nella sala cinematografica»; si prevede uno scontro con l’altro giurato Will Smith, che di pregiudizi simili ha escluso decisamente di averne (magari perché pensa prima o poi di lavorare in un film prodotto dal colosso…).

Ma come sono i due film in questione? Eventualmente, meriterebbero premi che il buon Pedro fieramente non vorrà assegnare loro? Per Okja il problema, a nostro avviso, non si pone: tutto sembra, tranne un film da concorso. Un buon filmone, moderatamente divertente e avventuroso, quasi un film per ragazzi e famiglie, con spunti “seri” piuttosto semplificati. Con un bel cast: Tilda Swinton in un doppio ruolo (due gemelle spregiudicate, in modo diverso: non siamo distanti da tanti altri suoi personaggi), Jake Gyllenhaal simpaticamente sopra le righe nel ruolo di uno scienziato divo tv, Paul Dano a capo di un’organizzazione per la libertà degli animali; ma a colpire è soprattutto la piccola An Seo Hyum nei panni della protagonista Mija che farà di tutto per salvare il suo ingombrante suino cui è affezionatissima. In altre circostanze, ci si chiederebbe che ci fa un film simile in lizza per la Palma d’oro; con la querelle che ne è nata, sembrerebbe una sofisticatissima mossa a tavolino per fare altra pubblicità a Netflix. Ma non vorremmo passare per complottisti, per cui ci limitiamo a mostrare perplessità: da Bong Joon-Ho, che diresse il notevole Snowpiercer, ci saremmo aspettati qualcosa di più a livello visivo e creativo che una buona spettacolarità – per la quale però servirebbe anche in futuro il grande schermo della sala… – da filmone con poco spessore (non lo è la solita tirata contro multinazionali e sfruttamento degli animali da allevamento).

Più interessante, e più da concorso, The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. Anche qui un super cast, ma usato meglio: Dustin Hoffman è il padre di tre figli avuti da due matrimoni diversi, su cui spiccano i “rivali” Ben Stiller e Adam Sandler, Emma Thompson è la sua attuale compagna; il film non è nuovissimo nel raccontare nevrosi, rancori e segreti di famiglia, e la scansione in capitoletti ognuno dedicato a un personaggio rende il tutto un po’ frammentario ed episodico. Ma, per quanto non un capolavoro e forse neppure il suo miglior film (ci sono sempre sembrati sopravvalutati film adorati dalla critica come Il calamaro e la balena, Lo stravagante mondo di Greenberg o Frances Ha; meglio il meno reclamizzato Giovani si diventa), finora The Meyerowitz Stories ci è parso tra i film più godibili di un concorso abbastanza deludente. E può spaventare, come scelta editoriale “alta”, chi vede Netflix come nemico del cinema in sala.

Antonio Autieri

Nella foto: Ben Stiller e Adam Sandler in The Meyerowitz Stories del newyorchese Noah Baumbach