Il debutto cinematografico di Checco Zalone (vero nome Luca Medici), comico e cantante parodistico lanciato in tv dalla trasmissione Zelig, era guardato con sospetto nei mesi precedenti all’uscita. Il passaggio di personaggi analoghi dalla tv al cinema, in genere, si traduce in una riproposizione di gag e personaggi, senza troppo curarsi della storia e dello specifico cinematografico. Anche se ci sono illustri eccezioni: l’indimenticato Massimo Troisi, Carlo Verdone, Aldo Giovanni e Giacomo (soprattutto i primi film, sugli ultimi c’è di che esser delusi), di recente Ficarra e Picone. Ma “Checco”, in tv, è diventato famoso soprattutto per le sue parodie musicali (era sua anche “Siamo una squadra fortissimi”, esplosa durante i Mondiali di Calcio 2006), e quindi rischiava più di altri.

Invece, la storia del suo Candido pugliese, ignorantissimo e di buon cuore, che per dimenticare l’ex fidanzata Angela e sfondare nella musica va a vivere a Milano, funziona. La trama è semplice ma efficace, battute e situazioni divertenti sono continue e di buon livello, la comicità meno irriverente che in tv ma sempre simpaticamente scorretta: obiettivi sono, simpaticamente sfottuti, omosessuali, leghisti, meridionali, preti modernisti e volontariato cattolico. Bersagli che, nella sua comicità apparentemente trash ma in realtà mai volgare, sono però in fondo oggetto di affetto. Da qui la critica, inevitabile di buonismo. Accusa che in effetti nel finale potrebbe essergli rivolta: tutti i conflitti tendono a comporsi, tutti gli obiettivi delle sue tirate – soprattutto i gay – ne escono alla fine meglio di prima; e ovviamente arriverà anche l’agognato successo, ma con molta autoironia per la sua mediocrità. Se non fosse per un guizzo all’ultima scena, che chiude in bellezza “scorrettamente” parlando.

Zalone è il Borat italiano, com’è stato definito? Il paragone ci sta, ma il “nostro” è anche più simpatico e affatto volgare. In Cado dalle nubi si sorride spesso e si ride altrettanto di frequente. Tra le cose da ricordare: lo zio muratore che gli sporca la camicia, l’ampolla padana usata per scopi impropri, il cugino gay che si mette a urlare in pugliese (“sembravi l’Esorcista” gli dice il compagno), l’esaltazione dei falsi invalidi… E ovviamente i tanti strafalcioni, meccanismo teoricamente fin troppo sfruttato ma utilizzato al meglio. Se contiamo che il comico pugliese ha anche avuto l’umiltà di non mettersi a fare il regista (come, invece in passato, tanti altri comici: ricordiamo oltre ai già citati, anche Pieraccioni, Panariello, Ceccherini…) e di circondarsi di ottimi attori (la dolce Giulia Michelini, il bravissimo Ivano Marescotti leghista arrabbiato, e poi Dino Abbrescia, Fabio Troiano e tanti altri) c’è di che essere soddisfatti.

Come in tv, i punti forti sono le canzoni demenziali – alcune già diventate cult, grazie anche a un trailer che ha spopolato – ma anche un gusto per la situazione surreale (eccezionale il provino solitario, che nell’immaginazione diventa un breve ma sontuoso show). Insomma, insieme al regista Gennaro Nunziante, Checco/Luca Medici anche come cosceneggiatore si fa apprezzare. Nell’ambito ovviamente di un film comico – genere che sarebbe sbagliato però considerare minore, o inferiore a quello “serio” – e che magari non diventerà un classico. Ma che diverte il pubblico, riempie le sale e regala al cinema una faccia nuova su cui contare. Non è poco.

Antonio Autieri